SENS

Shakespeare’s Narrative Sources: Italian Novellas and Their European Dissemination

Consalvo e Agata – Modernised

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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DEGLI ECATOMMITI DI MESSER GIOVANBATTISTA

GIRALDI CINZIO NOBILE FERRARESE.

 

PARTE PRIMA

NEL MONTE REGALE

Appresso Lionardo Torrentino

MDLXV

 

DECA TERZA

 

Consalvo, pigliata Agata per moglie, s’innamora di una

meretrice, si delibera di avelenare Agata. Uno scolare gli dà in

vece di veleno, polvere da far dormire, la dà egli alla moglie, la

quale, oppressa dal sonno, è seppellita per morta. Lo scolare la

trae del sepolcro, et se la mena a casa. È condannato il marito a

morte, ella lo libera dalla morte, salva la sua onestà.

 

NOVELLA V

 

Venuta Livia al fine della sua novella, disse Sempronio: “Le

donne debbono molto guardarsi di dar materia di essere così

gastigate da’ lor mariti, che non puote essere, che il marito,

quando anco fosse tale, quale ci ha mostrato Adorno la novella

di Livia, ciò veggendo, non conosca l’animo della sua donna

poco pudico, se bene non incorre in vergogna col corpo, la qual

cosa puote essere cagione, che il marito abbia sempre qualche

sospetto di lei, et perciò vie meno l’ami. Lo stimolo dell’onore,

dee così opporsi, nelle donne, alla femminil fragilità, che non si

lascino vincere da disonesti appetiti. Et la fede data a mariti, la

debbono far divenir costantissime. Et tale costanza si vedrà da

quello, che son per narrare, in una nobilissinia donna, la quale,

ancora che fosse gravemente ingiuriata dal marito, et egli si

inducesse a volergli dar morte, ella nondimeno, vincendo il mal

voler di lui, colla sua molta fede, lo liberò da vituperosa morte.”

             Fu in Siviglia, nobile città di Spagna, un gentiluomo,

che Consalvo avea nome, il quale più lascivo, et più mutabile

era, che a nobil’uomo non era convenevole. Questi

innamoratosi di una gentildonna, che Agata era detta, usò ogni

diligenza per averla per moglie. Et perché ella era povera, ove

Consalvo era ricchissimo, i parenti gliele diedero, parendo loro

di fare un gran guadagno. Ma appena si finì l’anno, ch’egli,

sazio di lei, mostrò quanto fosse cosa poco giovevole alle

donne, aver marito più ricco, che savio, et quanto sia meglio dar

le donne agli uomini, che alla roba.

            Perché, essendo andata ad abitare in quella contrada una

cortigiana, et ricca, et bella, che con mill’arti, et mille inganni si

facea prigioni gli animi degli uomini, che, come semplici, non vi

si sapeano opporre. Consalvo fu uno de primi, che ne costei

lacci incappò, et, fuori di ogni credenza, di lei si accese. Et era a

tal termine giunto, che non avea mai bene, se non quanto era

seco. Et essendo ella sopra ogni femina dissoluta et avida del

guadagno, non a Consalvo solo, ma a quanti si andavano a lei

con copia di danari largamente si dava. La qual cosa tanto

doleva a Consalvo, quanto si può pensare ognuno, che dolga

vedere molto amata donna nelle mani altrui.

            Era nella città uno scolare di medicina, et di nobil casa, e

che molto conversava con Consalvo, il quale si era così

innamorato di Agata, che non bramava altro, che godersi di lei.

Et avendo commodità di andare in casa, per la domestichezza,

ch’egli teneva col marito, non lasciava cosa a fare, perch’ ella

l’amasse, et il compiacesse di sé. La qual cosa, ancor che fosse

noiosa alla donna, et perciò avesse voluto, ch’egli si fosse

rimaso di andarle in casa, nondimeno, conoscendo ella il

marito uomo di poca levatura, et molto dilettarsi dell’amicizia

dello scolare, tollerava la molestia, ch’egli le dava, levandogli

nondimeno ogni speranza, di poter mai conseguir da lei cosa

men che onesta.

            Questi, per porle il marito in dispetto, fè che una

vecchia, che era molto atta a piegar gli animi delle donne a

desideri de loro amanti, le spiegò, come se fosse mossa a

compassione di lei, l’amore, che Consalvo alla meretrice

portava. Mostrandole che indegnamente ella gli era tanto

fedele. Et, d’una cosa passando ad un’altra, le disse finalmente,

ch’era grande sciocchezza, che pigliandosi piacere il marito

d’altre donne, ella, come melensa, se ne stesse a disagio. Agata,

che saggia era, et amava il marito, le disse, ch’ella volentieri

vedrebbe il marito tale, quale egli dovrebbe essere, et quale ella

lo desiderava. Ma, poscia ch’egli pure di altro animo era, non gli

voleva ella torre quella libertà, che o la mala usanza del guasto

mondo, o privilegio, che tra loro si avessero fatto gli uomini,

avea lor data. Et ch’ella non era mai, facesse con altre donne il

marito ciò ch’egli si uolesse, per violar quella fede, che data gli

avea, né per scemare il desiderio di conservare l’onore, che

naturale deve essere negli animi delle donne, et che le face

degne di loda in tutte le parti del mondo. Et, che tanto più

deveva ella ciò fare, quanto non avea dato altro di dote al

marito, che l’onestà. Onde non voleva ella mai da questo

pensiero levarsi, et poscia, alquanto turbatetta, le soggiunse,

ch’ella si maravigliava molto, ch’essendo ella vecchia di tale età,

che dovrebbe riprendere le giovani, s’elle a ciò fare sì

priegassino, le desse così fatti consigli, i quali l’erano tanto

noiosi, che s’ella fosse mai più così ardita, che di cose tali le

dicesse parola, le farebbe provare, quanto simili ragionamenti le

fossero spiacevoli.

              Riferì la vecchia allo scolare, ciò che Agata detto le

aveva, et ne rimase egli molto tristo. Ma, non restò per ciò di

amare la donna, avisandosi che non era così duro cuore, che

amando, pregando, lagrimando, a lungo andare, non si

ammollisce.

             Conversando costui con Consalvo, gli disse egli, che

acceso era così della Meretrice, come lo scolare della Agata, et

che non gli increbbe mai tanto di avere moglie a lato, quanto gli

rincresceva allora. Perché non avendo egli Agata, si piglierebbe

la impudica Aselgia (che così era appellata la meretrice) per

moglie. Però ch’ella sola era quanto di bene egli avea nel

mondo. Et vi aggiunse, che se non temesse il gastigo della

giustizia le darebbe morte. A queste parole disse lo scolare, che

ad ogni modo era grave soma una mogliera, che fosse venuta a

fastidio al marito, et che s’altri cercava di liberarsene, tentava

cosa degna di scusa.

             Et ragionando una volta, et un’altra Consalvo seco di

questo suo desiderio, et ritrovandolo tuttavia favorire la parte

sua, prese tanta baldanza con lui, che un giorno gli disse: “Tu

mi sei quell’amico, che mi sei, et questa nostra amicizia mi fa

credere, che t’incresca non meno che a me, ch’io mi ritrovi in

questo travaglio, nel quale tu mi vedi, per non poter pigliarmi

per moglie Aselgia. Et però persuadendomi di potere avere, poi

che medico sei, compenso al mio male, ti voglio dire quello che

mi è venuto in mente, et quello similmente, in che io mi voglio

servir di te. Io mi sono deliberato, quanto prima potrò, di far

morire Agata, et a più giorni, che io mi volgo questa cosa per

l’animo, ma mi ha fatto soprastare il non sapermi ritrovar modo

di farla morire, che a me non sia poscia imputata la sua morte.

Et sappiendo, che tu sei medico, et per lo lungo studio, c’hai

dato a questa arte, imaginandomi, che tu sappi di molte cose,

che sarieno atte a compire questo mio desiderio, ti prego ad

essermi in ciò cortese, che te ne sarò sempre obligato.” Lo

scolare, subito ch’udì così dire a Consalvo, conobbe, che quindi

gli si potea scoprire la via di potere, col mezzo del suo ingegno,

avere Agata nelle mani. Ma tenendo nell’animo chiuso il suo

pensiero disse a Consalvo che egli era vero, che non gli

mancavano modi così segreti di far morire le persone con

segreti veleni, che non sarebbe alcuno mai, che si potesse

accorgere, che di veleno si morissero quelli, che lo pigliassero.

Ma che due cose lo ritraevano da compiacerlo, l’una perché i

medici erano al mondo, non per levare la vita ad altri, ma per

conservargliele. L’altro, che porrebbe a troppo gran pericolo la

vita sua, qualunque volta a ciò fare si disponesse. Perché

potrebbe avenire, come pare che voglia Iddio, ch’avenga in

simili casi, che per non pensato modo si saprebbe ciò che fatto

si fosse et che non meno sarebbe egli condannato a morte, che

Consalvo. Et che per lo primo rispetto non si voleva egli dare a

far cosa che fosse contra la professione sua, et per lo secondo,

non volea porre a rischio, per cosa tale, la vita sua. Consalvo ciò

udendo disse che le leggi dell’amicizia non vietavano che uno

amico non si partisse dall’onesto, per servigio dell’altro. Et che

perciò non doveva egli mancargli in questo suo desiderio, né li

due rispetti addotti lo deveano rimovere da ciò, perché tanto

oggidì era tenuto medico, chi uccidea gli uomini, quanto colui

che gli sanava. Et che essendo ciò segreto fra lor due soli, non

era da temere, che mai si devesse sapere. Et che quando anco

avenisse, ch’egli fosse incolpato di avere avelenata la moglie, gli

prometteva egli di non dir mai, che da lui avesse avuto il

veleno. Lo scolare gli disse, che poscia ch’egli così gli

prometteva, proporrebbe l’essergli amico al diritto della

medicina, et che lo compiacerebbe. Et, lasciato Consalvo tutto

lieto, se n’andò a casa, et compose una sua mescolanza di

polvere da fare talmente dormire, ch’altri sarebbe giudicato

morto. Et l’altro giorno portò la polvere a Consalvo, et gli disse:

“Mi fate far cosa, Consalvo, che non farei per me medesimo, ma

poscia che più ha possuto in me l’amor, ch’io vi porto, che il

giusto, et il dever mio, vi prego a mantenermi la fede, et non

palesar a persona giammai, che questo veleno da me abbiate

avuto.” Così gli promise Consalvo di fare. Et presa la polvere

dimandò, in che modo egli la devesse usare. A cui disse egli, che

la sera gliele ponesse gentilmente nel mangiare, et che

mangiata che la si avesse, così acconciamente Agata se ne

morrebbe, che parrebbe ch’ella dormisse.

             Presa Consalvo la polve, et venuta la sera, la pose nel

mangiare dell’Agata. La quale, mangiata che l’ebbe, sentendosi

tutta sonnacchiosa, se n’andò nella sua camera (però, ch’ella

con Consalvo non si giaceva, se non quando egli l’adimandava,

il che era di rado) et entrò nel letto, et non passò l’ora, che la

prese così profondo sonno, che pareva veramente morta.

Consalvo, quando tempo gli parve, se n’andò anch’egli a letto, e

stando tuttavia colla mente travagliata, aspettò con grandissimo

desiderio il giorno, tenendo certo di ritrovare la moglie morta.

Fattosi giorno, egli si levò, et se n’andò fuori di casa, et vi stette

per lo spazio di un’ora, poscia si ritornò a casa, et dimandò alla

cameriera di Agata, che fosse di lei. “Non si è ella ancor mossa,

rispose,” et egli: “Come,” disse, “dorme ella tanto istamane?

Suole essere levata avanti giorno, et ora son passate due ore del

dì, et ancora dorme? Va tosto, et risvegliala, che voglio ch’ella

mi dia alcune cose, le quali sono sotto le sue chiavi.” La

cameriera, presta al comandamento, se n’andò alla Madonna, et

chiamatala una, et due fiate, e non rispondendo ella, le pose le

mani addosso, et toccandola gentilmente le disse: “Levatevi

Madonna, che il Messere vi domanda.” Ma non rispondendo

ella, le prese la giovane un braccio, et scotendola assai

gagliardamente, et, non rispondendo la donna, né movendosi

punto, se n’andò a Consalvo, et dissegli: “Messere, io non posso

far risentire Madonna, per cosa, che io le faccia,” Consalvo,

allora lieto: “Va’,” disse, “et scuotila tanto, ch’ella si risenta.”

Ritornò la cameriera, et fe’ quanto le avea detto Consalvo, ma

tutto fece in vano. Onde ritornatasi a lui, disse ch’ella credeva

certo, che Madonna fosse morta, tanto l’avea ella ritrovata

fredda, et insensibile. “Come morta?” disse egli, et ciò disse

come maraviglioso, et pieno di spavento, et, andatosi al letto, la

chiamò, la scosse, la strinse fortemente colle mani, le torse le

dita, et delle mani, et de piedi, et al fìne, non sentendo cosa

alcuna Agata, cominciò a gridare, a dolersi, a rammaricarsi, a

percuotersi, et a maledire la sua fortuna che l’avesse, così tosto,

privo di così fedele et amorevole moglie. Et avendo scoperta

tutta e rivoltata la donna et non veggendo cosa alcuna per la

sua persona, la quale avesse a dare ad alcuno indizio di veleno,

volle mostrare di compire ogni ufficio di amorevole marito. Per

la qual cosa fece egli chiamare quanti medici erano in Siviglia, i

quali venuti, et usati tutti quegli argomenti che loro parvero atti

a far risentire persona viva, et ritrovandola pure immobile, e

insensibile, giudicarono, ch’ella da subita morte fusse stata

occupata, et per morta la lasciarono.

           A questa loro risoluzione, benche fra sé ne fosse

lietissimo Consalvo, fìnse nondimeno di sentirne estremo

dolore. Et pareva che non volesse più vivere morta la moglie.

Sicché fece chiamare i parenti della donna, et con loro si dolse

infinitamente del caso avenuto, et poscia fece apparecchiare

belle et orrevoli essequie, et la fè con molta pompa seppellire in

uno avello ch’avea Consalvo fuori della terra, nel cimitero de

frati dell’osservanza.

            Lo scolare, che il luogo molto bene sapeva, et aveva in

contado una sua casa non molto lontana a quella chiesa, se

n’era la sera gito fuori di Siviglia, et la notte, quando tempo gli

parve, pigliata con esso lui una lanterna cieca all’avello se

n’andò, et perché egli era giovane, et di buon nerbo, avendo

portate con seco alcune cose, atte a potere levar la pietra, che

chiudeva il sepolcro, l’aperse, et entrato in esso si recò la donna

in braccio, la quale, essendo già finita la forza della polve, si

risentì, tosto, che egli la mosse. Et veggendosi ella ivi tra stracci

e ossa di morti, et vestita come se morta fosse: “Ohimè, misera

me!” Disse, “ove son’io? chi mi ha, dolente me, qui messa?” “Il

vostro infedele marito,” rispose lo scolare. “Il quale avelenatavi,

per pigliarsi Aselgia per moglie, vi ha fatta qui sepellire. E

son’io qui venuto, mosso a compassion della vostra sciagura,

co’ remedi opportuni, per vedere, s’io poteva richiamare la

vostra felice anima agli usati uffici, et, quando ciò non avessi

potuto, morirmi qui a canto il vostro corpo, et lasciarlo, in

questo avello, colui congiunto. Ma poscia che, in questo vostro

grave periglio, mi è stato di tanto favorevole il Cielo, che la

virtù de rimedi, che fatti vi ho, hanno rattenuta la vostra

gentil’anima, congiunta al vostro bellissimo corpo, voglio, vita

mia cara, che quinci conosciate qual sia stata la fede del vostro

malvagio marito, et qual si sia la mia, et qual di noi due meriti

essere amato da voi.” La donna ritrovandosi in quello avello,

vestita da donna morta, sì credette quanto lo scolare detto le

aveva, et le parve, che fosse il suo marito più d’ogn’altro

misleale, et crudele. Et rivoltatasi allo scolare gli disse. “Risti,”

che così avea nome egli, “negar non vi posso, che infedelissimo

non sia il mio marito, né posso non confessare, che voi non

siate amorevolissimo. Et forza mi è dire, poi che, misera me, in

questo luogo tra morti et da morta vestita, mi veggio, che io

conosco la vita da voi. Ma perché, se il mio marito mi ha rotta

la fede, io però intera ho serbata, et serbo la mia. Se volete che

questo vostro pietoso et amorevole ufficio mi sia caro et cara mi

sia la vita, che data mi avete, vi prego che vogliate avere

raccomandata l’onestà mia, et non vogliate, coll’usarmi atto

villano (la qual cossa non mi posso pensare, che mi debba

avenir mai da tanta cortesia) far meno lodevole questo vostro

cortese atto, il quale, ponendo voi freno al concupiscibile

desiderio, et allo sfrenato appetito, si rimarrà il più virtuoso, e

più degno di onore, che fosse mai fatto da cortese gentiluomo.”

Risti volle con efficaci ragioni farle vedere, che il marito non

avea più in lei ragione alcuna, et che quando ve ne avesse anco,

tanto era stato sozzo questo suo atto, col quale le avea dato così

certo pegno del mal’animo suo, che deveva essere sicura della

morte, qualunque volta ella gli ritornasse nelle mani. Et che

perciò ella non devea tenere più stima alcuna di lui, ma devea

mostrarsi grata del ricevuto beneficio, et essergli tanto benigna,

che ella consentisse, che potesse godere il frutto delle sue

fatiche. Et, con queste parole, si piegò verso lei, per darle un

bacio. Lo rispinse la donna, et gli disse: “Risti, se il mio marito

ha sciolte, colla sua poca fede, le ragioni del matrimonio, non le

ho sciolte io, né scioglierle mai voglio, in sin’ che mi durerà la

vita. Dell’andargli alle mani, mi voglio appigliare al vostro

consiglio, non perché non vi andassi volentieri, quando lo

potessi ritrovar di miglior pensiero, ma per non incorrere altra

volta in così grave pericolo. Quanto a dare degno gudiderdone a

questa vostra lodevole fatica, il maggiore non vi saprei io dare,

che restarvi eternamente obligata, et se questo vi basta, mi

resterò in questa mia angoscia tanto contenta, quanto comporta

il misero stato, in ch’io mi ritrovo ora. Ma, se voi forse voleste,

che la perdita dell’onestà mia vi devesse esser mercede, uscite,

vi prego, di questa sepoltura, et chiudetemici dentro, che io

voglio più tosto, ricever morte dalla crudeltà del Marito mio,

con salvezza del mio onore, che da tale pietà aver la vita, colla

perdita della mia pudicizia.” Conobbe a tali parole il liberatore

della Agata la sua bontà, et posto, che gli fosse grave di

ritrovarla di così fedele, et fermo animo, che né la Morte istessa

le potea far mutar pensiero, pure, avisandosi che il tempo

potesse vincere il proposito della donna, le rispose, che rimanea

contento di vederla de sì buon animo, et che perciò egli non

voleva altro da lei, che quello ch’ella gli volea dare. Et con

queste parole la trasse della sepoltura, et la condusse a casa sua.

Et raccomandolla ad una sua vecchia, et se ne ritornò in

Siviglia. Lasciando la cura a quella donna di disporre l’Agata ad

essergli piacevole.

             Consalvo, dopo alcuni giorni, mostrando di non poter

star senza donna, si prese Aselgia per moglie. La qual cosa

parve molto strana a’ parenti di Agata. Et se ne stettero tutti

coll’animo sospeso.

             Standosi Consalvo colla nuova mogliera, gli avenne

quello con lei, che a lui con Agata era avenuto. Però, che

essendo costei usa non ad un’uomo, ma alle centenaia, et a

vivere in quella licenza, nella qual vivono le simili a lei,

tenendola Consalvo con quella diligenza, che gli insegnava la

gran gelosia ch’egli ne aveva, le venne egli a tanta noia, che nol

poteva veder vivo, et conobbe allora Consalvo, che differenza

fosse fra l’amore di onesta donna, et di una meretrice.

Dicendole adunque Consalvo del poco amore, ch’egli conosceva

in lei, e rispondendogli ella orgoliosamente, venne in tanto

furore, ch’egli le disse: “Scelerata, per godermi te, ho avelenata

Agata, ch’era la più amorevole donna, che mai per matrimonio

si congiungesse ad uomo, et il guiderdone, che me ne vuoi

rendere è il dimostrarmiti tuttavia più dispettosa, et più

spiacevole.” Aselgia ciò inteso si vide aver ritrovata la via da

sciogliersi da Consalvo. Per la qual cosa indusse un suo drudo a

rivelare a’ parenti di Agata, che il marito avelenata l’aveva. Essi,

che di ciò aveano avuto qualche sospetto, ciò inteso, andarono

al Podestà, e gli fecero a sapere quanto colui aveva lor detto. Il

Podestà di subito fè prendere Consalvo, et la Meretrice, per

intendere la verità del fatto.

          La vecchia in questo mezzo, ch’era con Agata, non

mancava di tentarla continuamente, per indurla a compiacere

allo scolare, che liberata l’aveva. Ma non potendo Agata

tollerare quella molestia, disse un giorno alla vecchia: “Dite a

Risti, che alla sepoltura mi torni, ch’ivi minor noia mi fie

morirmi, che rimovermi in questa seccagine.” La qual cosa

intendendo lo scolare, aveva deliberato di venire alla forza,

poiché né benefìcio ricevuto, né preghi, né niuna altra cosa

potea far mutare pensiero ad Agata.

            In questo tempo confessò Consalvo avere avelenata la

moglie con veleno ch’egli avea tenuto molti anni in casa (che in

ciò egli mantenne la fede allo scolare) et per ciò fu condannato

alla morte. La qual cosa fu carissima a Risti, perché egli si

pensò, che morendo il marito, egli si rimarrebbe della donna

signore.

             Venne il giorno, nel quale deveva essere tagliata la testa

a Consalvo, et, ciò pervennuto alle orecchie di Agata, si deliberò

ella di voler far vedere al suo misleal marito, in questo estremo,

quanta fosse la sua fede. Et, uscitasi incontanente di casa di

Risti, con tosto passo, alla città se n’andò, et entrata in corte del

Podestà, gli si fece innanzi et gli disse: “Messere, Consalvo è da

voi ingiustamente dannato a morte, perché non è vero, che la

sua moglie uccisa egli abbia, anzi è ella viva. Et io son essa, però

non lasciate che proceda più oltre la sentenza data da voi,

essendo ella, come chiaramente potete vedere, ingiustissima.” A

queste parole il Podestà, che la teneva morta, rimase come fuori

di sè, et non la potè mirar senza qualche ribrezzo, pensandosi di

vedere non una donna viva, ma una fantasima, però ch’ella

era in abito dimesso, et molto afflitta, per lo grave affanno, che

la premeva, per lo caso avenuto prima a sè, poscia al marito.

           Fra questo tempo i sergenti condussero Consalvo avanti

al Podestà, acciocch’egli, secondo il costume di quel luogo,

commettesse a sergenti che il menassino alla morte. Ma non fu

si tosto Consalvo veduto da Agata, ch’ella colle lagrime su gli

occhi, a braccia aperte, lo corse ad abbracciare, et, pendendogli

dal collo, gli disse: “Ahi marito mio, ove vi veggo io, per la

vostra follia, condutto? Eccovi la vostra Agata, non morta no,

ma (la Dio mercè) viva, la quale vi si vuole, anco in questo

punto, mostrare quella mogliera ch’ella sempre vi è stata.” II

Podestà, ciò veggendo, lo fece subito sapere al Signore. Il quale,

pieno di grandissima maraviglia, et ciò, a gran pena, credendo,

si fè condurre dinanzi Consalvo et la moglie, et volle sapere

come ciò si fosse, che essendo stata sepolta per morta Agata,

ella ivi si ritrovasse viva. Consalvo non sapeva, che si dire altro,

se non ch’egli, per l’amore, che ad Aselgia portava, avelenata

aveva la moglie, ma, come ella si fosse ritornata viva, et ivi si

ritrovasse, non ne sapea dir cosa alcuna. Ma la donna gli disse

come lo scolare, con suoi argomenti, l’avea liberata dalla morte,

ma come ciò si avesse egli fatto, non sapeva ella dire. II Signore,

fatto venire Risti, intese, come, invece di veleno, egli la polve

allopiata data gli aveva, per lo singolare amore, ch’egli portava

alla donna, et vi soggiunse, che, quantunque la donna avesse

veduta la crudeltà del marito, et egli levata l’avesse dalla morte,

non avea però mai potuto rimoverla dal fermo proposito di

conservare colla sua onestà la fede al marito.

             Conobbe il Signore, che in donna onesta può molto più

il rispetto dell’onore, che tutte le ingiurie, et commendò molto

l’astuzia di Risti, et la fede, et l’amor della donna. Et voltatosi

poscia verso Consalvo, gli disse: “Non meritavi così fatta

mogliere, et sarebbe ben degno, ch’ella più tosto di Risti si

fosse, che tua, né meriteresti, ancora ch’ella sia viva, minor

pena, che quella che apparecchiata ti s’era, però che, in quanto

a te, hai questa gentilissima donna uccisa. Ma voglio che di

tanto giovamento ti sia la bontà et la fede della moglie tua, che

tu te ne rimanga vivo, non per te, che nol meriti, ma per non

dare a lei quell’affanno, che so, ch’ella avrebbe della tua morte.

Ma ti giuro bene, che se mai mi venirà alle orecchie, che tu

meno che amorevolmente la tratti, ti farò provare, quanto io

sappia punire così fatti delitti.” Consalvo, imputando al suo

poco conoscimento ciò ch’egli aveva fatto tanto promise al

Signore di fare quanto egli gli aveva imposto.

            Et, qui fatto fine, lasciò Consalvo la meretrice, che egli

per moglie si avea presa, et si visse in pace con Agata, la

constanza della quale fè che ove Risti per l’adietro, per la sua

beltà l’aveva amata, egli per lo inanzi, per la sua onestà, quasi

come santa, l’adorasse, parendogli che maggior bontà et

maggior fede non si potesse ritrovare in mortal donna.