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         Hyſtoria Nouellamente

         Ritrouata di due nobili

          Amanti:  Con la loro

            PietoſaMorte: In-

           teruenuta gia nella

            Citta di Verona.

 

         Nel tempo del Signor

           Bartholomeo dalla

                  Scala.

 

             {Illustazione}

                       Iustus   vt Pal

                       Ma Flo   rebit

 

      Nouella nouamente ritroua=

ta d’uno Innamoramento: il qual ſuc

      ceſſe in Verona nel tempo del

            ſignor Bartholomeo de

      la ſcala: Hyſtoria Iocondiſſima.

 

                     

 

 

 

 

                        {illustration}

      

 

 

 

 

                       RIME  ET  PROSA

                       DI MESSER LVIGI

                             DA PORTO.

 

                     D E D I C A T E   AL

                          REVERENDIS=

                       SIMO CARDINAL

                               BEMBO.

 

 

                   M        D         XXXIX.

 

 

                     CON PRIVILEGIO.                                                           

 

 

RIME ET PROSA DI M. LVIGI DA PORTO:

    il quale eʃsendo  belliſsimo et  animoſiſsimo  giouane  per lo

   suo ualore conddottier de Signor Venetiani, combattendo per

   loro nel Frigoli co nimici Tedeſchi , fu ferito di maniera :

   che ne rimaſe prima perduto della perſona per un tempo; et

   poi zoppo et debole mentre e uiʃʃe. Per laqual cagione ſi ri=

   uolse dalle arme alle lettere et alla uolgar Poeſia : onde ne

   nacquero quei frutti: che M. Bernardin da Porto ʃuo fra=

  tello appreʃʃo la morte di lui raccolti .    Viʃʃe M. Luigi

  anni quarantatre , et meʃi noue : et morì in Vicenza ʃua pa=

  tria il dì decimo di Maggio.                M       D      X X I X.

 

                 L A   G I V L I E T T A   D I   M E S S E R

                          L V I G I   D A   P O R T O

 

 

 

 

 

 

 

 

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ℂAlla belliſſima & leggiadra Madon

        na Lucina Sauorgnana.

 

P      OSCIA chio gia aſſai giorni con

        uoi parlādo diſſi di uoler una com

paſſioneuole nouella da me gia piu uol

te udita, & in Verona interuenuta iſcri

uere, m’e paruto eſſere il debito in q̃ſte

poche carte diſtēderla,ſi ᵱchele mie pa

role appo voi nō pareſſero vane: ſi an-

cho percħ a me che miſero ſono de caſi

de miſeri amanti, di che ella e piena, ſi

appartiene. & apreſſo al uoſtro ualore

indrizarla.         Accio che quantunque

tra le belle donne a uoi ſimiglianti pru

dentiſſima ui conoſca, poſſiate legēdo

la piu chiaramenteuedere a quai riſchi,

a quai traboccheuoli paſſi, a che crudel

liſſime morti gli miſeri e catiuelli aman

ti ſieno il piu delle uolte d’Amore con-

dotti, & ancho uolētieri alla uoſtra bel

lezza la mando. perche hauendo io fra

me diliberato ch’ella ſiai l’ultimo mio

lauorio in queſta arte: gia ſtāco & ſatio

de eſſere piu fauola del uolgo; in uoi il

mio ſciocco poetare finiſca.    Etche co

me ſete porto di ualore, di bellezza & di

legiadria, coſi della picciola barchetta

del mio ingegno ſiate: laq̃l carca di mol

ta ignorāza, d’Amore ſoſpita ᵱ li men

¸pfondi pelaghi della poeſia ha molto

ſolcato, & che ella a uoi giugnēdo del

ſuo  rāderrore accorta poſſa adaltri|cħ

cō piu ſciēza e miglior ſtella nel gia det

to mare nauigano; & temone & remi &

uela donādo, diſarmata ſicuramente al

le uoſtre riue legarſi. Prēdetela adūque

Madōna nellhabito a lei cōueneuole &

leggettela volētier ſi ᵱlo ſuggietto che e

belliſſimo & pieno di pietate mi par ch’

ſia, come anco per lo ſtretto uincolo di

⊃ſangunitade & dolce amiſta, ch’e tra la

perſona uoſtra:    & chi ladiſcriueſſi ſi ri

troua.       Ilqual ſempre con ogni riue=

renza ui ſi raccomanda.

S        ICOME uoi ſteſſa uedeſte, men=

          tre il cielo verſo me in tutt’ogni ſuo

ſdegno riuolto nō hebbe nel bel princi=

pio di mia giouanezza al meſtier dellar=

mi mi diedi, & in quella molti grandi &

ualoroſi huomeni ſeguēdo, nella dilette

uole uoſtra patria del Friuli alcun anno

mi eſſercitai. Per laqual ſecondo e caſi;

quando priuatamēte hor qnci hor q­­ndi

ſeruēdo mi era biſogno dādare.    Haue

ua io per cōtinuo uſo caualcando di me

nar m­eco uno mio arciero homo di for

ſe cinquāt’anni pratico nell’arte & pia

ceuoliſſimo: & come ſi tutti que di Ve

rona (oue egli nacque) ſono, parlante

molto & chiamato Peregrino.    Queſti

oltra cħanimoſo e eſperto ſoldato fuſſe

leggiadro & forſe piu di quello, ch’agli

anni ſuoi ſi ſaria cōuenuto Innamorato

ſempre ſi ritrouaua, il che al ſuo valore

doppio ualore aggiugneua;       Onde le

piu belle Nouelle, & cō miglior ordine,

Etgratia ſi dilettaua di racōtare;& mas

ſimamēte quelle che d’Amore parlaua

no; ch’alcun altro, ch’io udiſſi giamai,

Perlaqual coſa partēdo io da gradiſca,

oue in allogiamenti mi ſtaua, & con co

ſtui, & due altri mei forſe de Amore ſo-

ſpinto, uerſo Vdine uenēdo, la qual ſtra

da molto ſolinga; & tutta per la guerra

arſa e deſtrutta i quel tempo era,& mol

to dal penſieroſoppreſſo & lontano da

gli altri uenendomi,accoſtatomiſi ildet

to peregrino,come quello che miei,pen

ſieri indouinaua coſi mi diſſe.      Volete

uoi ſemṕ in triſta uita uiuere? ᵱche una

bella, crudele altramēte moſtrādo poco

ui ami:     Et ben che contro a me ſpeſſo

dica, pure pche megllo ſi dāno, che nō

ſi ritēgono i ⊃ſigli, uidiro.    Patro mio,

che oltra, ch’a uoi nelleſſercitio che ſie

te,lo ſtar molto nella prigion dAmore ſi

diſdica; ſi triſti ſon q̃ſi tutti e fini, a q̃li

egli ci pduce, ch’e uno ᵱicolo il ſeguirlo

Et in teſtimoniāza di cio, quād’a uoi pia

ceſſe; potre io una Nouella nella mia cit

ta auenuta,che la ſtrada men ſolitaria,&

men rincreſceuole cifaria, raccōtarui:ne

laq̈le ſentireſte:come dui nobili amāti a

miſera e piatoſa morte guidati foſſero.

Et gia hauendo io fatto ſegno di udirlo

uolentieri, egli coſi comincio.

ℂ Alla belliſſima & leggiadra Madonna

              Lucina ſauorgnana.

 

P                      Oſcia che io gia aſſai giorni con

                        uoi parlādo diſſi di uoler una cō=

                         paſſioneuole nouella da me gia

                         piu uolte udita,& in Verona in=

                         teruenuta iſcriuere, m’e paruto

eſſer il debito in queſte poche carte diſtēder

la: ſi perche le mie parole appo uoi non pa=

reſſero uane: ſi ancho perche a me| che miſe

ro ſono de caſi de miſeri amanti, di che ella e

piena, ſi appartiene. & apreſſo al uoſtro ua

lore indrizzarla.      Accioche quantunque

tra le belle donne a uoi ſimiglianti pruden=

tiſſima ui conoſca, poſſiate leggendola piu

chiaramenteuedere a quai riſchi, a quai tra-

boccheuoli paſſi, a che crudelliſſime morti

gli miſeri & cattiuelli amanti ſieno il piu de

le uolte d’Amore condotti, & ancho uolen

tieri alla uoſtra bellezza la mando. Perche

hauendo io fra me diliberato ch’ella ſia l’ul=

timo mio lauorio in queſta arte: gia ſtanco

& ſatio d’eſſer piu fauola del uolgo, in uoi il

mio ſciocco poetare finiſca.    Et che come

ſete porto di ualore, di bellezza, & di leggia

dria, coſi dela picciola barchetta del mio in

gegno ſiate: laquale carca di molta ignorā-

za, d’Amore ſoſpita per li men profondi pe-

laghi della poeſia ha molto ſolcato, & che

ella a uoi giugnendo del ſuo grāde errore ac

corta poſſa ad altri, che con piu ſciēza & mi-

glior ſtella nel gia detto mare nauigano, &

temone & remi & uela donando, diſarmata

ſicuramente alle uoſtre riue legarſi.  Pren-

detela adunque Madonna nellhabito allei

conueneuole & leggetela uolētier ſi per lo

ſuggietto ch’e belliſſimo & pieno di pieta=

te mi par che ſia, come ancho per lo ſtretto

uincolo di cōſangunitade & dolceamiſta,

ch’e tra la perſona uoſtra: & chi la diſcriue

ſi ritroua. il quale ſempre con ogni riueren

za ſi raccomanda.

S                          I C O M E uoi ſteſſa uede

                          ſte, mentre il cielo uerſo me

                          in tutto ogni ſuo ſdegno ri=

                          uolto nō hebbe, nel bel prin

                          cipio di mia giouanezza al

                          miſtier dellarme mi diedi,&

                          in quella molti grandi & ua

loroſi huomini ſeguendo, nella diletteuole

uoſtra patria del Frioli alcun anno mi eſſer=

citai.  per laqual ſecondo e caſi, quādo pri-

uatamente hor quinci hor quindi ſeruendo

mi era biſogno d’andare.    Haueua io per

continuo uſo caualcando di menar meco u-

no mio arciero homo di forſe cinquanta an-

ni pratico nellarte & piaceuoliſſimo, & co=

me quaſi tutti que di Verona (ou’egli nac=

que) ſono, parlante molto, & chiamato Pe=

regrino.   Queſti oltra ch animoſo & eſper

to ſoldato foſſe, leggiadro & forſe piu di

quello, che a glianni ſuoi ſi ſaria conuenuto,

innamorato ſemṕ ſi ritrouaua, il che al ſuo

ualore doppio ualore aggiugneua:  Onde

le piu belle Nouelle, & con miglior ordine =

& gratia ſidilettaua di raccontare, & maſſi-

mamente quelle che d’Amore parlauano,

ch’alcun altro, ch’io udiſſi giamai,  Per la

qualcoſa partendo io da Gradiſca, oue in al

logiamenti mi ſtaua,& con coſtui,& due al=

tri mei forſe d’Amore ſoſpinto uerſo Vdine

uenendo, la qual ſtrada molto ſolinga,& tut

ta per la guerra arſa e deſtrutta in quel tem=

po era : & molto fal penſiero ſoppreſſo &

lontano da gli altri uenendomi, accoſtato=

miſi il detto Peregrino, come quello, che e

miei penſieri indouinana, coſi mi diſſe.  

Volete uoi ſemṕ in triſta uita uiuere e perch

una bella, crudele altramente moſtrando po

co ui ami: Et benche contro a me ſpeſſo di

ca, pure perche meglio ſi danno, che non ſi

ritengono i coſigli, ui diro  Patron mio, che

oltra, ch’a uoi nelleſſercitio che ſiete, lo ſtar-

molto nella prigion d’amore ſi disdica, ſi tri-

ſtiſon quaſi tutti e ſini, a quali egli ci condu=

ce, che uno pericolo il ſeguirlo: & in teſti=

monianza di cio, quando a uoi piaceſſe, po

treio una Nouella nella mia Citta auenuta,

che la ſtrada men ſolitaria, & men rincreſce

uole ci faria, reccontarui: nella quale ſentire

ſte, come due nobili Aamanti a miſera & pia

toſa morte guidati foſſero.  Et gia hauen=

do io fatto ſegno di udirlo uolentieri, egli

coſi comincio.

 

A    M A D O N N A   L V C I N A    S A V O R=

        G N A N A ,   L V I G I  D A  P O R T O.

 

    P                      Oscia che io gia sono assai giorni paʃʃa=

                            ti con uoi parlando diʃʃi, di uolere una

                            compaʃʃioneuole nouella da me gia  udi=

                            ta, et in Verona interuenuta ʃcriuere; m’è

                            paruto  eʃʃer  mio  debito  in  quee poche

charte dienderlaui; ʃi perche le mie parole appo uoi non

pareʃʃero uane, ʃi ancho perche a me, che miʃero ʃono, ra=

gionar de caʃi de miʃeri amanti, di che ella è piena, s’apper=

tiene . et appreʃʃo  al  uoro ualore indrizzarla;  accio che

poʃsiate leggendola chiaramente uedere, a quai riʃchi, a quai

traboccheuoli paʃsi, a quai crudeliʃsime morti i miʃeri et cat=

tiuelli amanti ʃieno il piu delle uolte d’amore condotti . Et

ancho uolentieri a uoi la mando, accio che douendo per auen=

tura ella eʃʃere l’ultimo mio lauorio in quea arte, in uoi lo

ʃcriuere mio finiʃca, et come ʃete porto d’ogni ualore , et

d’ogni uirtu; coʃi della picciola barchetta del mio ingegno

anchor ʃiate, laquale carca di molti et varij diʃiri d’amore

ʃoʃpinta per gli men profondi pelaghi de la Poeʃia ha mol=

to fino a qui ʃolcato, et accio che ella a uoi giungendo poʃʃa

ad altri, che piu felicemente et con meglior ella nel gia

detto mare nauighi, et timone et remi et uela donando, di=

ʃarmata ʃicuramente alle uore riue legarʃi. Prendetela

adunque madonna ne l’habito allei conueneuole, nel quale

ella è, et leggetela uolentieri, ʃi per lo ʃuggetto, che pieno

di pietate mi par che ʃia, come ancho per lo retto uin=

colo di parentado, et di dolce amià; che tralla leggiadra

perʃona uora, et chi la ʃcriue ʃi ritroua. Dico adunque

che ʃi come uoi eʃʃa uedee, mentre il Cielo contra me

in tutto ogni ʃuo ʃdegno riuolto non hebbe, nel principio

della mia giouanezza all’arte dell’arme mi diedi , et in

quella molti grandi, et ualoroʃi huomini ʃeguitando, nella

diletteuole uora patria del Frigoli alcun tempo mi eʃʃer=

citai, per laquale quando publicamente, et quando priuata=

mente hor qua, hor la m’era biʃogno d’andare .  Haueua

io per continuo uʃo caualcando, di menar ʃempre meco tra

glialtri un mio Arciere Veroneʃe, huomo di forʃe cinquan

ta anni, pratico nel meiere, et piaceuoliʃsimo, et (come

quaʃi tutti i Veroneʃi ʃono)belliʃsimo fauellatore, chiama=

to Pellegrino. Quei, oltre che animoʃo, et eʃperto ʃol=

dato foʃʃe, leggiadro era, et forʃe piu di quello, che agli

anni ʃuoi ʃi ʃarebbe conuenuto, innamorato ʃempre; il che

al ʃuo ualore doppio ualore aggiugnea: Onde egli le piu

belle nouelle, et con migliore ordine et gratia ʃi dilettaua

di raccontare, et maʃsimamente quelle , che d’amore tratta=

uano; che  alcuno  altro , che io udiʃsi giamai . Per laqual

coʃa partendo io da Gradiʃca, oue in alloggiamento mi

aua , et  con coui et  due altri miei forʃe d’amore  ʃo=

ʃpinto uerʃo Vdine uenendone; laqual rada molto ʃolin=

ga in quel tempo, et  tutta per la guerra arʃa, et dirutta

era; et molto dal penʃiero ʃoprapreʃo, et lontano da gli

altri uenendomi, accoatomiʃi il detto Pellegrino, come co=

lui , che  i  miei  penʃieri s’indouinaua ,  coʃi mi  diʃʃe. Vo=

lete ùoi ʃempre in tria uita uiuere,perche una bella cru

dele altrimenti morando poco u’ami?Et benche io contro

me ʃpeʃʃo dica: pur perche meglio ʃi danno, che non ʃi ri=

tengono i buon conʃigli, ui dirò patron mio; che oltre che

a uoi nell’eʃʃercitio ; che ʃete, lo entrar molto nella prigion

d’amore ʃi diʃdica; ʃi trii ʃon quaʃi tutti e fini, a quali

egli ci conduce; che è un pericolo il ʃeguitarlo, et in te=

imonianza di ciò, quando a uoi piaceʃʃe, potre io una

nouella nella mia citta auenuta; che la uia men ʃoletaria

et men rincreʃceuole ci farebbe ; raccontarui : nellaquale

ʃentiree come due nobili amanti d’amore a miʃera et

piatoʃa morte guidati foʃʃero, et gia hauendo io fatto ʃe=

gno di douerlo udire uolentieri, egli coʃi incominciò.

 

 

 

 

 

 

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N                                 el tempo

                                    che Bar-

                                  tholomeo

                                  dalla Scala Si-

                                  gnore Corteſe

                                  e humaniſſimo

                                  ilfreno ala mia

                                  bella patria a

                                  ſua poſta & ſtri

                                  gnea & rallēta

ua furono in lei, ſecondo chel mio padre

dicea hauer udito due nobiliſſime fami-

glie per contraria fattione|ouer partico

lar odio nemiche, l’una e Capeletti, l’al=

tra e Montecchi nominata.            Di una

delequali ſi eſtima certo eſſer queſti; che

in V dine dimorano, cioe Meſſ. Nicolo

& m. Giouanni hora detti monticoli di

Verona; per ſtrano caſo quinci uenuti a

habitare.benche poco altro di quel deli

antichi ſeco habbiamo in queſto loco

recato, fuori che la lor corteſe gentil z=

za:& auegna che io alcue uecchie croni

che leggēdohabbia queſte due famiglie

trouato, che unite una ſteſſa parte ſoſte=

neano, non di meno come io la udi; ſen=

za altrimenri mutarla a uoi la ſporro.

Furono adunq𝖟; comedico, in Verona

ſotto il gia detto ſignor le ſopradette

nobiliſſime famiglie di ualoroſi hōin i.

& diricchezza ugualmente dal Cielo,da la

natura: & dalla fortuna dottate.  Tra le

quali, come il piu delle uolte tra le gran

caſe ſi uede, che la cagion ſi foſſe, crude

liſſima nimiſta regnaua. per la qual gia

piu homini erano, coſi dalluna come dal

laltra parte morti; in guiſa che ſi per ſtā

chezza,ſpeſſo per queſti caſi aduiene,co

me anco per le minacie del Signore, che

con ſpiacere grandiſſimo le uedean ne=

miche, ſeran ritratte di piu farſi diſpia=

cere, & ſenza altra pace col tēpo in mo=

do dimeſticate: che gran parte degli lo=

ro huomini inſieme parlauano. Eſſen=

do coſi coſtoro pacificati, aduiēne uno

Carneuale chin caſa di m. Antonio Ca

pelletti huomo feſtoſo & Iocōdiſſimo,

ilqual primo dela famiglia era, molte fe

ſte ſi fecero, & di giorno & di notte, oue

quaſi tutta la citta cōcorreua: ad una de

lequali una notte:com’e de gli amāti co

ſtume:che le lor dōne:ſi come col cuore:

coſi ancho col corpo: pur che poſſano:

ouunq𝖟 uanno: ſeguono: uno giouane

delli Montechi la ſua donna ſeguendo:

ſi conduſſe:  Era coſtui giouane molto

belliſſimo:grande della perſona:leggia

dro & accoſtumato aſſai: ᵱche trattaſi

la maſchera: come ogni altro facea: &

in habito di nipha trouādoſi: nō fu oc-

chio ch’a rimirarlo non uolgeſſe:ſi per

la ſua bellezza: che q̃lla dogni dōna auā-

zaua: che iui foſſe: agguagliaua: come

per marauiglia cħ in quella caſa: maſſi

mamēte la notte: foſſe uenuto ma con

piu efficatia, che ad alcun altro: ad una

figliola del detto m. Antonio uenne ue

duto: che egli ſola hauea. laquale di ſo

pra naturale bellezza & baldāzoſa & le

giadriſſima era. Queſta ueduto il gio=

uane con tanta forza nellanimo la ſua

bellezza riceuete: che alprimo incōtro

de loro occhi di piu nō eſſere di lei ſteſ=

ſa le parue.         Stauaſi coſtui in ripoſta

parte della feſta con poca baldanza tut

to ſolo: & rade uolte in ballo, o in par

lamento alcuno ſi tramettea: come que

gli che d’Amore iui guidato con molto

ſoſpetto ui ſtaua.       Ilche alla Giouane

forte dolea: percio che piaceuoliſſimo

udiua che egli era: & giocoſo.   Et paſ=

ſando la mezza notte: & il fine del fe-

ſteggiare uenēd’il ballo del torchio o del

capello: come dire lo uogliamo: & che

anchora nel fine delle feſte ueggiamo

uſarſi, ſ’incomincio: Nel quale in cer-

chio ſtandoſi, lhomo la dōna: & la don

na lhuomo a ſua uoglia per mutādoſi :

piglia.   Inqueſta danza d’alcuna dōna

fu il giouane leuato : & a caſo appreſ=

ſo la gia innamorata fanciulla poſto.

Era dallaltro canto di lei un nobile gio

uane Marcucio Guertio nominato  :

ilquale per natura coſi il Luglio come il

genaio lemani ſempre frediſſime hauea

Perche giunto Romeo Montechi: che

coſi era il giouane chiamato, al manco

lato della donna: & come in tal ballo ſe

uſa la bella ſua mano in mano preſa, diſ

ſe a lui quaſi ſubito la giouaneforſe ua-

ga d’udirlo fauellare.    Benedettaſiala

voſtra venuta qui preſſo me Meſſ.  Ro

meo.      Allaquale il giouane,  che gia

del ſuo mirareaccorto s’era,marauiglia

to del parlar di coſtei diſſe.    come be=

nedetta la miavenuta?    Et ella riſpoſe,

ſi benedetto il voſtro venire qui appo

me: percio che voi almāco queſta ſtaca

mano calda mi terrete:    onde marcuc

cio la deſtra m’aggħiatia.       Coſtui pre

ſo alquanto dardire ſegui.      Seio a uoi

con la mia mano la voſtrariſcaldo, voi

co begli occhi il mio core accendete.

La dōna dopo un breue ſorriſo ſchifan=

do d’eēre con lui veduta, o vdita ragio

nare anchora gli diſſe.    Io vi giuro Ro

meoᵱ mia fe, che nō e qui dōna, laquale

(come uoi ſiete) a gliocchi mei bella pa

ia.     Alaquale il giouane gia tutto di lei

acceſo riſpoſe.      Qual io mi ſia ſa o alla

vȓa beltade(  s’a quella nō ſpiacera  )fe

del ſeruo.     Laſſato poco dopo il feſteg

giare,   & tornato Romeo alla ſua caſa

⊃ſiderata la crudelta della prima ſua dō

na, che di molto languire poca mercede

gli daua: dilibero(  q̃do a lei foſſe aggra

do ) a coſtei (q̃tunq𝖟 de ſoi nemici foſſe)

tutto donarſi.        Dallaltro cāto la gio

uane poco ad altro ch’alui ſolo pēſando:

dopo molti ſoſpiri tra ſe iſtimo lei dou ȓ

ſemṕ felice eēre,ſe coſtui per ſpoſo haue

re poteſſe: ma ᵱ la nimiſta;cħ tra luna &

lalrra caſa era, cō molto timoȓ poco ſpe

me di giugnere a ſi lieto grado tenea.

Onde fra due pēſieri di ⊃tinuo uiuendo

a ſe ſteſſa piu uolte diſſe.        O ſciocca

me a qual uaghezza mi laſcio io in coſi

ſtrano labirintho guidare?   oue ſenza

ſcorta reſtando uſcire a mia poſta non

ne potro.          Gia che Romeo montec

chi non m’ama: percio che per la ni=

miſta, che ha co miei, altro che lamia

uergogna non puo cercare:   & poſto

che per Spoſa egli mi uoleſſe :

llmio padre di darmegli nonconſen=

tirebbe giamai.      Dapoi nellaltro pen

ſiero uenendo dicea, chi ſa forſe che per

meglio paceficarſi ĩſieme queſte due ca

ſe, che gia ſtāche & ſatie ſono di far tra

lor guerra mi porria anchor uenir fatto

dhauerlo in quella guiſa; che io lo diſio.

Et in queſto fermataſi: comincio eſſerli

dalcun ſguardo corteſe.  Acceſi dunque

gli due amāti di ugual fuoco luno dellal

tro ilbel nome, & l’effigie nel petto ſcol

pita portando, dier principio quādo in

chieſa, quando a qualche feneſtra a ua=

gheggiarſi: in tanto che mai bene ne lu

no ne laltro hauea: ſe non quanto ſi ue=

deano.  & egli maſſimamēteſi di uaghi

coſtumi di lei acceſo ſi trouaua:    Che

quaſi tutta la notte con grandiſſimo pe

riculo della ſua uita dinanci alla caſa de

lamata dōna ſolo ſi ſtaua, & hora ſopra

la feneſtra della ſua camera per forza ti

ratoſi,iui ſanza chella|odaltri lo ſapeſſe;

ad udire lo ſuo bel parlare ſi ſedea:& ho

ra ſopra la ſtrada giacea.    Auenne una

notte,come amor uolſe: la Lunapiu del

ſolito rilucendo che mentre Romeo era

per ſalire ſopra il detto balchone: la gio

uane ( o che cio a caſo foſſe, o che laltre

ſere udito l’haueſſe )ad aprire quella fe-

neſtra uenne, & fattaſi fuori  lo uide :  il

quale credendo, che non ella, ma qual=

ch’altro il balchone apriſſe, ne lombra

d’alcun muro fuggire uolea : onde co=

noſciutolo & per nome chiamatolo gli

diſſe.      Che fate qui a queſta hotta co

ſi ſolo? & egli gia riconoſciutola riſpo=

ſe, quello che amor uuole.       Et ſe uoi

ui foſte colto diſſe la donna, non potre

ſte uoi morirci di legiero?     Madonna

riſpoſe Romeo ſi ben : che io ui potrei

ageuolmēte morire, & mo:rouici di cer

to una notte, ſenon m’aiutate: ma per=

che ſon ancho in  ogni altro luogo coſi

preſſo alla morte come qui, procaccio

di morire piu uicino alla ᵱſona uoſtra,

che io mi poſſa : con laqualedi  viuere

ſempre bramerei,quand’alcielo & a uoi

ſola piaceſſe.     Alleqali parole la gioua

neriſpoſe :       Da me non rimarra mai ,

che uoi meco honeſtamente nō viuiate:

non reſtaſſe  piu  da  uoi, o dala nimiſta

che tra la  uoſtra & la  mia caſa ueggio.

A cui il giouane diſſe, uoi potete crede

re  che piu non ſi poſſa bramar coſa, di

quel chio uoi dicontinuo bramo: & per

cio quādo a uoi ſola piaccia d’eſſere coſi

mia; com’io d’eſſer uoſtro diſio, lo faro

uolentieri: ne temo ch’alcuno mi ui tol-

ga giamai.    Et detto queſto meſſo ordi

ne di parlarſi  un’altra notte con piu ri

poſo, ciaſcun dalloco  ou’era ſi diparti

Dapoi andato il giouane piu uolte per

parlarle, una ſera,cħ molta neue cadea

al diſiato loco la ritrouo,   & diſſele.

Deh perche mi fate coſi languire? nō ui

ſtrigne  pieta di me,  che tutte  notti in

coſi fatti tempi ſopra queſta ſtrada ui a

ſperto?         Alqual la donna diſſe certo

ſi che mi fate pieta: ma che uoreſte che

faceſſi?ſe nō ṕgar che uoi ue ne andaſte.

Allaquale fu dal giouane riſpoſto.    che

uoi mi laſſaſte nella camera uoſtra entra

re, oue potremo inſieme piu agiatamen

te parlare.           Allora la bella giouane

quaſi ſdegnando diſſe.             Romeo io

tanto vi amo; quanto ſi poſſa perſona

lecitamenteamare, & piu ui conciedo

di quello,che alla mia honeſta ſi conuer

ria: & cio faccio damore co’l ualor uo-

ſtro uinta. ma ſe uoi penſaſte o per lon-

go uagheggiarmi,  o per altro modo

piu oltra come inamorato dell’Amor

mio godere, queſto penſier laſciate da

parte,che alla fine in tutto uano lo tro

uarete.   Et per non  tenirui piu ne pe-

ricoli, ne quali ueggio eſſere la vita uo-

ſtra uenēdo ogni notte per  queſte con

trade, ui dico che quando a uoi piaccia

di accetttarmi per uoſtra donna, che io

ſon prōta a darmeui tutta: & cō uoi in

ogni luogo cħ ui ſia in piacere, ſenza al

cun riſpetto uenire.       Queſto ſolo bra

mo io diſſe il giouane; facciaſi hora, fac

ciaſi riſpoſe la dōna: ma reintegraſi poi

nella preſenze di frate Lorenzo da ſan

Franceſco mio confeſſore ſeuolete che

io in tutto & contenta mi ui dia.         O

diſſe alei Romeo dunque frate Lorēzo

da Reggio e quello, che ogni ſecreto

de cuor uoſtroſa?    Si diſs’ella, & ſer

baſi per  mia ſodiſfattione affar  ogni

noſtra coſa dinanzi a lui.  Et qui poſto

diſcreto modo alle loro coſe luno dal-

laltro ſi parti.  Era queſto frate del’or

dine minore di oſſeruantia Philoſopho

grande, & ſperimentatore di molte co-

ſe coſi naturali come magiche, & in tan

ta ſtretta amiſta con Romeo ſi trouaua,

che la piu forſe in que tempi tra due in

molti lochi non ſi ſaria trouata.       Per

cio che uolendo il frate ad un tratto &

in bona oppenione del ſuo uolgo reſta

re, & di qualche ſuo diletto godere gli

era conuenuto per forza d’alcun gentil

lhomo della citta fidarſi: tra quali que=

ſto Romeo giouane|temuto, animoſo,

& prudēte hauea eletto: & a lui il ſuo co-

re; che a tutti gli altri fingēdo tenea ce-

lato, nudo hauea ſcoperto.         Perche

trouato daRomeo liberamēte gli fu dit

to; come diſiaua d’hauere l’amata gio-

uane per dōna: & ch’inſieme haueuano

conſtituito lui ſolo douer eſſere ſecreto

teſtimonio del loro ſponſalitio ,  & po

ſcia mezano a douer fare chel padre di

lei a queſto d’accordo cōſentiſſe.         Il

frate di cio contento fu, ſi perche a  Ro

meo niuna coſa haria ſenza ſuo grandā

no potuta negare, ſi an cho perche pen

ſaua, che forſe anchora per mezzo ſuo

ſaria queſta coſa ſucceduta in bene, il=

che di molto honore gli ſaria ſtato preſ

ſo il Signore, & ogn’altro ch’haueſſe di=

ſiato queſte due caſe ueder in pace.  Et

eſſendo la Quadrageſima , la giouane

un giorno fingendo di uolerſi confeſſa-

real monaſterio di ſanto Franceſco an=

data, & in uno di que cōfeſſori, che tali

frati uſano, entrata, fece frate Lorenzo

dimandare.         Il quale iui ſentendola

per  didentro  al conuento inſieme con

Romeo nel medeſimo cōfeſſoro entra

to & ſerrato l’uſcio, una lama di ferro

tutta forata,  che tra la giouane & eſſi

era, leuata uia diſſe a lei.    Io vi ſoglio

ſempre uedereuolētieri,mahora piu che

mai qui cara mi ſiete.     Se e coſi chel

mio Meſſer Romeo per voſtro marito

uogliate.     Alqual ella riſpoſe,      Niu

na altra coſa maggiormente diſio; che

de eſſere legitimamente ſua: & percio

ſono io qui  dinanci al coſpetto voſtro

venuta,delquale molto mi fido : accio

che uoi inſieme con idio a quello, che

damore aſtretta uengo affare, teſtimo=

nio ſiate,       Allhora in preſenza del fra

te,  chel tutto in confeſſione diceua ac=

cettare, per parole di preſente Romeo

la bella giouane ſpoſo.          Et dato tra

loro  ordine d’eſſere  la ſeguente notte

inſieme .   baſciatiſi  una ſola volta dal

frate ſi dipartirno         Ilquale rimeſſa

nel muro la ſuagrada ſi reſto ad altre dō

ne cōfeſſare.        Diuenuti gli due aman-

ti nella  guiſa che vdito  hauete ſecreta=

mente marito & moglie: piu notti dello

ro amore felicemēte goderono.    aſpet

tando co’l  tempo di trouar  modo  per

loqual il padre della donna ch’agli loro

diſii eſſere contrario ſapeano; ſi poteſſe

placare.          Et coſi ſtando interuenne

che la fortuna   d’ogni mondan diletto

nemica, nō ſo qual maluagio ſeme ſpar

gendo, fece tra le loro caſe la gia quaſi

morta nimiſta riuerdire, immodo che

le coſe ſotto ſopra andādo, ne Montec

chi a Capelletti, ne Capelletti a Mon=

tecchi ceder volendo nella via del cor-

ſo ſe attaccarono vna volta inſieme     .

oue combattendo Romeo , & alla ſua

donna riſpetto hauendo di percuotere

alcuno della ſua caſa ſi guardaua , pur

allafine ſendo molti di ſuoi feriti, & qua

ſi tutti della ſtrada cacciati vinto dalla

ira ſopra Thebaldo Capelletti corſo ,

chel piu fiero de ſuoi nemici parea, di

un colpo  in terra morto lo diſteſe : &

glialtri che gia per la morte di coſtui e=

rano ſmariti ,  in  grandiſſima  fuga ri=

uolſe:           Era gia ſtato Romeo uedu-

to ferire Thebaldo in modo che l’homi

cidio celare non ſi potea:         Onde da

ta la querella dinanci al ſignore ciaſcuno

de Capeletti ſolamēte ſopra Romeo cri

daua:   Perche dalla giuſtitia in perpe=

tuo di Verona bādito fu.     Hor di qual

core,queſte coſe vedendo, la miſera gio

uane diueniſſe, ciaſcuna cħ ben ami, nel

ſuo caſo ponēdoſi, il puo di leggieri con

ſiderare.       Ella di continuo ſi forte pia

gnea, che niuno la potea raccōſolare: &

tāto era piu accerbo il ſuo dolore, quan

to meno con perſona alcuna il ſuo ma

le ſcoprire oſaua       Dallaltra parte al

Giouane per  lei  ſola  abbandonare il

partirſi dalla ſua patria dolea.ne volen

doſene  per coſa alcuna  Partire  ſenza

torre da lei lagrimeuole combiato,  &

in caſa ſua andare non potendo, al fra

te ricorſe.             Alquale che ella venire

doueſſe per vno ſeruo del ſuo padremol

to amico di Romeo fu farto a ſapere.

Et ella vi ſi riduſſe.           Et andati amen

due nel confeſſoro aſſai la loro  ſciagu-

ra inſieme pianſero.         Pure alla fine

diſſe ella a lui , che faro io ſanza di voi?

di piu viuere no mi da il core,miglio fo

ra che io cō voi ouunque ve ne andaſte:

mi veniſſi.             Io m’accorzaro queſte

chiome: & come ſeruo vi verro dietro:

ne d’altro meglio o piu fedelmente: che

da me nō potrete eſſer ſeruito.        Non

piaccia a Dio anima mia cara:che quan

do meco uenire doueſte : in altra guiſa;

che in luogo di mia ſignora ui menaſſi ,

diſſe a lei Romeo.       Ma percioche ſon

certo ;  che le coſe non poſſono longa-

mente in queſto modo ſtare;& che la pa

ce tta noſtri habbia a ſeguire, onde an-

chora io la gratia del Signore  di ligieri

impetrarei, intēdo che uoi ſenza il mio

corpo per alcun giorno ui reſtiate,che

lanima mia con uoi dimora ſempre.

Et poſto che le coſe, ſecōdo cħ io diuiſo

non ſuccedano ,   altro partito al uiuer

noſtro ſi prēdera.      Et queſto dilibera

to traloro abbracciatiſi mille|uolte cia

ſcun de loro piagnendo ſi diparti.

La donna pregādolo aſſai, che piu uici-

no, ch’egli poteſſe,le uoleſſe ſtaȓ,& non

a Roma| o Firenze, come detto hauea,

andarſene.       Indi a pochi giorni Ro=

meo che nel monaſterio di frate Loren

zo era fin allhora ſtato naſcoſto ſi pariā

& a Mantoa come morto ſi riduſſe: ha-

uendo prima detto al ſeruo della dōna,

che cio che di lui  ditorno  alfatto di lei

in caſa vdiſſe, al frate faceſſe di ſubito io

tendere, & ogni coſa operaſſe di q̃llo,

che la giouane gli cōmādaua fedelmen

te, ſe il rimanēte del guiderdone ᵱmeſ-

ſogli diſiava d’hauere.    Partito di mol

ti giorni Romeo &  la giouane  ſempre

lachrimoſa moſtrādoſi, ilche la ſua grā

bellezza faceua māchare, la fu piu fiate

dalla madre, che teneramente l’amaua;

con luſingheuoli parole addimandata,

onde queſto ſuo piāto deriuaſſe.    Di=

cendo o figliola mia da meal pari della

mia uita amata, qual dogliada poco in

qua ti tormenta? ond’e che tu un breue

ſpatio ſenza piāto non ſtai?ſe forſi alcu

na coſa brami,falla a me ſola nota, che

di tutto,che lecito ſia ti faro cōſolata.

Nōdimeno ſemṕ deboli ragioni di tal

piāto dalla giouane rēdutogli furono:

Onde pēſando la madre,cħ in lei uiueſ-

ſe diſio d’hauer marito,il quale per uer=

gogna o per tema tenuto celato il pian

to generaſſe, un giorno credēdo la ſalu-

te della figliuola cercare,& la morte pro

cacciandole col marito diſſe.        Meſſer

Antonio io ueggio gia molti giorni que

ſta noſtra fanciulla ſempre piagnere in

modo ch’ella, come uoi potete uedere|

quella,ch’eſſer ſuole,piu non pare.    Et

auegna ch’io molto l’habbia dela cagio

ne del ſuo pianto eſſaminata , ond’egli

uenga , da lei percio ritrare non poſſo,

ne da che ᵱceda ſapre io ſteſſa dire, ſe

forſe per uoglia di maritarſi, la qual co

me ſai e fanciulla,non oſaſſe far paleſe:

cio aueniſſe.       Onde prima, che piu ſi

cōſumi,diria cħ fuſſe bono di darle ma-

rito, che ogni modo ella deciotto anni

q̃ſta ſanta Eufemia forni.      Et le don-

necomequeſti di molto trapaſſano,per

dono piu toſto che auanzano della loro

bellezza: oltra ch’elle non ſono merca

tantia da tenire molto in caſa, quātun-

que io la noſtra in ueruno atto ueramē-

te non conoſceſſi mai altro cħ honeſtiſ

ſima.        La dote ſo che hauete gia piu

di ᵱparata. ueggiamo dunque di darle

cōdeceuole marito.      Meſſer Antonio

riſpoſe che ſaria bene il maritarla; & cō

mendo molto la figliuola; che hauēdo

queſto diſio, uoleſſe prima tra ſe ſteſſa

affliggerſene,che a lui,o alla madre ri-

chieſta farne: Et fra pochi di comincio

con uno di conti di Lodrone trattarele

nozze,        & gia quaſi per  cōchiuderle

eſſendo,la madre credēdo alla figliuola

grandiſſimo piacer fare le diſſe.        Ral

legrati  hoggimai figliuola mia ,  che

fra pochi giorni ſarai ad un gran gen=

tilhuomo degnamente maritata  ,   &

ceſſara la cagione del tuo gran pianto,

la quale  auenga  che tu non me habbi

voluto dire, pur per gratia diDio lho

cōpreſa; & ſi col tuo padre ho operato,

che ſarai ⊃piaciuta.    Allequali parole

la bella giouane non puote ritenere il

piāto:   Onde la madre a lei diſſe, cre-

di ch’io ti dica bugia?non paſſarāno ot

to giorni che tu ſaraidun bel dōzellode

la caſa di Lodrone moglie.       La gioua

ne a queſte parole piu forte raddoppia-

ua il pianto;     Per il che la madre luſin

gandola diſſe,          Dunque figliola mia

non ne ſerai contenta?             Allaquale

ella riſpoſe, mai no madre che io nonne

ſaro cōntenta.             A queſto ſoggionſe

la madre, che uorreſte adunq𝖟? dillo a

me,che ad ogni coſa ᵱte diſpoſta ſono.

Diſſe allhora la giouane morir vorei,

non altro.        In queſto madonna Gio-

uanna,che tal nome hauea la madre,la

qual ſauia donna era ,  compreſe la fi=

gliola  d’Amore  eſſereacceſa :  & ri=

ſpoſtolenon ſo che; da lei ſi ſeparo.

Et la ſera uenuto il marito gli narro cio

che la figliuola piāgendo riſpoſto le ha

uea.      Ilche molto gli ſpiacque, & pen

ſo che foſſe benfatto, prima che piu in

nanzi le nozze di lei ſi trattaſſero, accio

che in qualcħ uergogna non ſi cadeſſe,

d’intēdere  d’intorno a q̃ſto  qual foſſe

la oppenione ſua.   Et fattalaſi un gior

no uenire innāzi le diſſe,        Giulietta,

che coſi era della giouane il nome,

Io ſono per nobilmente maritarti, non

ne ſarai cōtenta figliuola?        Alquale

la giouane alquanto dopo il dire di lui

taciutaſi, riſpoſe;     Padre mio no, che

io non ſaro contenta.     Come voi don

que nelleMonache entrare? diſſe il pa

dre.  Et ella meſſere nō ſo, & con le pa

role le lachrime un tempo mādo fuori.

Allaquale il padre diſſe, queſto ſo che

non vuoi:donate dūq𝖟 pace ch’io inten

do d’hauerti in un di conti di Lodrone

maritata.        Alquale la giouane forte

piangēdo riſpoſe, queſto non fie mai.

Allhora M. Antonio molto turbato ſo

pra la ᵱſona aſſai le minaccio, ſe al ſuo

uolereardiſſe mai piu di cōtradire, & ol

tra queſto ſe la cagione del ſuo pianto

non facea manifeſta.        Et non poten

do da lei altro che lachrime ritrare, ol=

tra modo ſcōtento cō madōna Giouan

na la laſcio, ne doue la figliuola l’animo

haueſſe, accorger ſi poteo.          Hauea la

giouane al ſeruo, che co’l ſuo padre ſta-

ua, ilquale  del ſuo amore conſapeuole

era; & Pietro haueua nome, cio che la

matre le diſſe, tutto ridiſſe, & in preſen-

tia di lui giurato, che ella anz’il ueleno

noluntariamente beueria, che prender

mai, anchor che la poteſſe, altri che Ro

meo per marito.       Di che Pietro parti

colarmenteſecōdo l’ordine ᵱ uia del fra

te n’hauea Romeo auiſato, & egli alla

Giulietta ſcritto, che per coſa niuna al

ſuo maritare non conſentiſſe; & meno

il loro amore faceſſe aperto, che ſenza

alcun dubbio fra otto o dieci giorni e=

gli prenderia modo di leuarla di caſa del

padre.     Ma non potendo meſſer An-

tonio & Madonna  Giouanna inſieme

ne per luſinghe, ne per minaccie dalla

loro figliuola la cagione perche non ſi

voleſſe maritare,intēdere,ne per altro

ſentiero trouando di cui ella innamora

ta foſſe, & hauendole piu fiate madōna

Giouanna detto.         Vedi figliola mia

dolciſſima non piagnere horamai piu,

che marito a tua poſta ti ſi dara,ſe quaſi

uno de Montecchi voleſti, ilche ſon cer-

ta che non vorai.                Et la Giulietta

mai altro  che Soſpiri   & Pianto  non

le riſpondendo in maggiore ſoſpetto

entrati diliberorno di conchiudere piu

toſto che ſi poteſſe le nozze ,   che tra

lei & il Conte di Lodrone trattate ha=

uea.         Ilche intendendo la giouane

doloroſiſſima ſopramodo ne diuenne,

ne ſapēdo che ſi fare la morte mille uol=

te al giorno diſiaua: pur di far intendeȓ

il dolore a frate Lorēzo  fra ſeſteſſa dili

bero come a perſona, nella quale dopo

Romeo, piu che in altra ſperaua, & che

dal ſuo amante hauea udito che molte

gran coſe ſapea fare.    Onde amadōna

Giouanna un giorno diſſe, Mia madre

nō voglio che uoi marauiglia prēdiate,

ſe io cagione del mio piāto non vi di

co, percioche io ſteſſa non la ſo; ma ſo=

lamente di continuo in me ſento una ſi

fatta maninconia, che non che l’altrui,

ma la ᵱpria uita noioſa mi rende: ne on

de cio m’auēga,ſo tra me pēſare| ne che

a uoi|o al padre mio dirlo:ſe da qualche

peccato commeſſo, che io non mi ricor

daſſe, queſto non m’aueniſſe: & perche

la paſſata confeſſione molto mi giouo,

io uorrei piacendo a uoi raccōfeſſarmi

accioche queſta Paſqua  di Magio che

uicina, poteſſi in rimedio di mei dolori

riceuer la ſuaue medicina del ſacrato cor

po del noſtro ſignore,           A cui madōna

Giouāna diſſe, ch’era contēta.           Et in-

di in due giorni menatala a ſan France=

ſco dināzi a frate Lorenzo la poſe.        Il

quale prima molto ṕgato hauea , che la

cagione del ſuo piāto  nella confeſſione

cercaſſe d’intēdere.       La giouane, co=

me la madre de ſe allargata uide,coſi di

ſubito con meſta  uoce al frate tutto  il

ſuo affanno raccōto; & per  l’amore  &

cariſſima amiſta , che tra lui & Romeo

ella ſapea ch’era: lo ṕgo: che a q̃ſto ſuo

maggior  biſogno aita  porgere le uo=

leſſe.   Alla quale il frate diſſe;che poſ-

ſo io fare figliuola mia in q̃ſto caſo? tan

ta nimiſta tra la tua caſa &quella del tuo

marito eſſendo.           Diſſe a lui la meſta

giouane:        Padre io ſo che ſapete aſſai

coſe rare, & a mille guiſe me potete aita

re, ſe vi piace: ma ſe altro  bene fare nō

mi volete cōcedetemi almeno queſto.

Io ſento preparare le mie nozze ad un

palagio  di mio padre . il qual fuori di

queſta terra da due miglia verſo Manto

ua e oue menare mi debbono,accioche

io  men baldezza  di rifiutare  il nuouo

marito habbia: & la doue non prima ſa

ro,che colui cħ ſpoſare mi deue,giugne

ra, datemi tanto veleno,che in vn pon-

to poſſa  me de  tal doglia ,  & Romeo

da tanta vergogna liberare: ſe nō con

maggior mio incarico & ſuo dolore vn

coltello in me ſteſſa ſanguinero.     Fra

te Lorenzo vdēdo l’animo di coſtei tale

eſſere,& pēſando egli quāto nelle mani

di Romeo anchor foſſe, ilq̃l ſenza dub –

bio nemico gli diuerria, ſe a queſto caſo

n o n prouedeſſe, alla giouane coſi diſſe.

V edi Giulietta io confeſſo ( come ſai )

la metta di queſta terra,& in buon no=

me ſono appo ciaſcuno,ne teſtamēto o

pace ueruna ſi fa,ch’io non c’interuēga,

perlaqualcoſa nō uorei inqulache ſcan-

dolo inc orrere, o che ſ’intendeſſe;chio

foſſe interuenuto in queſta coſa giamai

per tutto l’oro del mondo.       Pure per

che io amo te; & Romeo inſieme, mi di

ſporro affar coſa,cħ mai per alcun altro

non feci, ſi ueramēte che tu mi promet-

ta di tenirmene ſempre celato.           Al-

quale la giouane riſpoſe,        Padre date

mi pure queſto ueleno ſicuramente,che

mai alcun altro che io lo ſapera.       Et e

gli a lei.     Veleno nō ti daro io figliuola

che troppo gran peccato ſeria,che tu co

ſi giouanetta & bella moriſſi, ma quan

do ti dia il cuore di fare una coſa, che io

ti diro, io mi uāto di guidarti ſicuramen

te dinanci al tuo Romeo.         Tu ſai che

larca de tuoi capeletti fuori di q̃ſta chie

ſa nel noſtro cimitero e poſta, io ti daro

vna poluere; laq̈le tu beuēdola per qua-

rant’otto hore ouer poco piu o meno ti

fara in guiſa dormire, che ogni huomo

per gran Medico che egli ſia; non ti giu

dichera mai altro che morta.    Tu ſerai

ſenza alcun dubbio,come foſti di queſta

vita paſſata, nella detta arca ſepellita, &

io quādo tēpo ſie, ti verro acauar fuori,

& terroti nella mia cella, fin che al capi

tolo; che noi facciamo in Mantoua, io

vada,che fie toſto,oue traueſtita nel no

ſtro habito al tuo marito ti menaro.

Ma dimmi nō temerai del corpo di The

baldo tuo cugino :  che poco e : che iui

entro fue ſeppellito?      La giouane gia

tutta lieta diſſe.        Padre ſe per tal via

peruenir doueſſi a Romeo : ſenza tema

ardirei di paſſare per l’inferno.      Hor-

ſu dunque diſſe egli: poi che coſi ſei di=

ſpoſta: ſon contento d’aitarti : ma pri=

ma che coſa alcuna ſi faceſſe: mi parria

che di tua mano a Romeo  la coſa tutta

intiera tu ſcriueſti; accio ch’egli morto

credēdoti: in qualche ſtrano caſo per di

ſperatione non incorreſſi: perche io ſo,

ch’egli ſopramodo t’ama.        Io ho ſem

pre frati: che vāno a Mantoua: ou’egli:

come ſai:ſi ritroua,       Fa che io haggia

la lettera : che per fidato meſſo a lui la

mandero.    Et detto queſto il buon fra

te: ſenza il mezo di quali niuna gran co

ſa a perfetto fine cōducerſi veggiamo :

la giouane nel cōfeſſoro laſciata alla ſua

cella ricorſe,& ſubito a lei cō vno piccio

lo vaſetto di poluere ritorno; & diſſe.

T ogli queſta polue , & quando ti parra

nelle tre o nelle quatro hore di notte in

ſieme con acqua cruda ſanza tema la be

uerai: che d’intorno le ſei cominciara o=

perare: & ſenza fallo il noſtro diſſegno

ci riuſcira: ma nō ſcordare percio di mā

darmi la lettera , che a  Romeo  dei ſcri-

uere, che importa aſſai.        La Giulietta

preſa  la poluere  alla  madre tutta lieta

ritorno, & diſſele.         Veramēte madon

na che frate Lorēzo e il miglior cōfeſſor

del mōdo.           Egli m’ha ſi racōfortata,

che la paſſata triſtitia piu nōmi ricordo.

Madonna Giouāna per l’allegrezza de

la figliuola men triſta diuenuta riſpoſe,

in buona hora figliuola mia,farai ch an

chora raccōſoli lui alle uolte con la no

ſtra elimoſina, che poueri frati ſono: &

coſi parlādo ſe ne uenero a caſa loro.

Gia era dopo q̃ſta cōfeſſione, fatta tut

ta allegra la Giulietta, immodo che M.

Antonio & Madonna Giouanna ogni

ſoſpetto ch’ella fuſſe inamorata, hauea

no laſſato: & credeuano ch’ella per ſtra

no & maniconioſo accidēte haueſſe gli

pianti fatti: & volētieri l’hariano laſſa-

ta coſi ſtare per all’hora ſenza piu dire

di darli marito.    Ma tāto dētro in que

ſto fatto erano andati, che piu tornare

a dietro ſenza incarico nō ſene poteano.

Onde uolēdo il conte di Lodrone, ch’al

cun ſuo la dōna uedeſſe,ſendo madōna

Giouānaalquāto cagioneuole della per

ſona, fu ordinato che la giouane accōpe

gnata da due zie di lei,a quel loco del pa

dre, che hauemo nominato, poco fuori

della citta andare doueſſe,al che ella niu

na reſiſtentia fece, & andoui.            Oue

credendo chel padre coſi all’improuiſo

l’haueſſe fatta andare per darla di ſubito

in mano al ſecōdo ſpoſo, & hauēdo ſeco

portata la poluere chel frate le diede,la

la notte vicina alle quatro hore chiama

ta vna ſua fante, che ſeco alleuata s’era,

& che quaſi come ſorella tenea; & fatta-

ſi dare una coppa d’acqua fredda,dicen

do che per gli cibi della ſera auāti ſete ſo

ſtenea, & poſtole dētro la virtuoſiſſima

poluere tutta la ſi bebbe,& dapoi in pre

ſenza della fante|& d’una ſua zia, che cō

eſſa lei ſuegliata s’era, diſſe,          Mio pa

dre per certo contra  mio volere nō mi

dara marito s’io potro.       Le dōne che

di groſſa paſta erano; anchora che uedu

to l’haueſſero  bere la poluere; laquale

per rifreſcarſi ella dicea porre nellacqua

& vdite queſte parole non percio le inte

ſero, o ſoſpicorno alcuna coſa; & torna

rono a dormire.       La Giulietta ſpento

il lume & partita la fante fingendo di

leuare ᵱ alcuna opportunita naturale;

del letto ſi leuo, & tutta de ſuoi panni ſi

riueſti, & tornata nel letto , come s’ha

ueſſe creduto morire coſi compoſe ſo-

pra quello il corpo ſuo meglio che ella

ſeppe ,  & le mani ſopra il ſuo bel petto

poſte in croce aſpettaua chel beuerag=

gio operaſſe:ilquale poco oltra adue ho

re ſtette a renderla come morta.      Ve-

nuta la mattina il ſole gran pezza ſalito

eſſendo, fu la giouane nella guiſa , che

detto u’ho ſopra il ſuo letto ritrouata ;

& eſſendo uoluta ſuegliare ma nō ſi po-

tendo,& gia quaſi tutta fredda trouata

la ricordandoſi la zia & la fante dell’ac-

qua & della poluere che la notte beuuta

hauea,& delle parole da leiragiōate :&

piu vedēdola eſſerſi ueſtita,& da ſeſteſſa

ſopra il letto a q̃l modo raccōcia,la pol-

uere ueleno, & lei morta ſanza alcū dub

bio giudicarono.              Il rumore tra le

donne ſi leuo grandiſſimo, & il pianto,

maſſimamēte ᵱla ſua fante, laqual ſpeſ-

ſo per nome chiamandola dicea.        O

Madonna q̃ſto e quello, che diceuate.

Mio padre cōtra mia uoglia nō mi ma=

ritara.      Voi mi dimādaſte con ingāno

la fredda acqua,laq̃le lavoſtra dura mor

te a me triſta apparecchiaua.         O mi=

ſera me di cui prima mi dolero?    della

morte|o di me ſteſſa?     Deh ᵱche ſprez

zaſte morēdo la cōpagnia d’una uoſtra

ſerua;laquale uiuēdo coſi cara moſtraſte

d’hauere,che coſi com’io ſem con uoi

uolentieri uiuuta ſono , coſi anco volen

tieri cō voi morta ſarei.          O Madōna

io con le mie mani l’acqua vi portai, ac-

cio ch’io miſera me| foſſi in queſta guiſa

da uoi abbandonata.            Io ſola & uoi

& me il uoſtro padre & la uoſtra madre

ad un tratto hauero morto.          Et coſi

dicēdo ſalita ſopra il letto la come mor

ta giouane ſtretta abbracciaua.          M.

Antonio, il quale non lōtano il rumore

vdito hauea:tutto tramante nella came

ra della figliola corſe, & uedutala ſopra

il letto ſtare,& inteſo cio che la notte be

uuto, & detto hauea, quātunque morta

la ſtimaſſe , pur a ſua ſatiſfattione ṕſta

mēte per uno ſuo medico che molto dot

to & prarico reputaua, a V erona man

do.        Il quale uenuto, & ueduta, & al

quāto tocca la giouane diſſe lei eſſer gia

ſei hore per lo beuuto veleno di q̃ſta uita

paſſata,ilche uedēdo il triſto padre in di

rottiſſimo piāto entro, La meſta nouel

la all’ifelice madre in poco ſpacio diboc

ca in bocca peruenne.     La quale de o=

gni calore abbādonata come morta ca-

de, & riſentita con vn femminile grido

quaſi fuori del ſenno diuenuta tutta ᵱ=

cotendoſi chiamādo per nome l’amata

figliola;empia di lamēti il cielo dicēd o

Io ti ueggio o mia figliuola ſola requie

della mia uecchiezza: & come me hai ſi

crudele potuto laſciare ſanza dar mo=

do alla tua miſera madre di udire le ulti

me tue parole? almen fuſs’io ſtata a ſer-

rare e tuoi begli occhi, & lauare il pre=

cioſo tuo corpo, come poi farmi inten

dere queſto di te?   O cariſſime donne

che a me preſenti ſete, aitatemi morire

& ſe in uoi alcuna pieta  uiue , le uoſtre

mani (ſe tal officio ui ſi conuiene) pri=

ma chal mio dolore; mi ſpēgano.      Et

 tu gran padre del cielo,poi che ſi toſto

come uorei,nō poſſo morire cō la tua ſa

etta togli me, ame ſteſſa odioſa.        Coſi

eſſēdo d’alcuna dōna ſolleuata, & ſopra

il ſuo letto poſta, & da altre con aſſai pa

role cōfortata non reſtaua di piāgere &

dolerſi.           Dapoi tolta la giouane dal

loco, oue ella era , & a V erona portata

con exequie grādi & horreuoliſſime da

tutti e ſuoi parenti & amici piāta nella

detta arca nel cimiterio di ſanto Fran=

ceſco per morta fu ſepolta.         Hauea

frate Lorēzo, ilq̃le per alcuna biſogna

del Monaſterio poco fuori della citta e-

ra andato. la lettera della Giulietta, che

a Romeo douea madare, data ad un fra

te, che a Mātoua andaua, il quale giúto

nella citta,& eſſendo due o tre uolte ala

caſa di Romeo ſtato,ne per ſua gran ſcia

gura trouatolo mai in caſa, & non uolē

do la lettera ad altri, che a lui ¸pprio da

re,anchora in mano lhaueua,quādo Pie

tro credēdo morta la ſua madonna qua

ſi diſperato nō trouādo frate Lorēzo in

Verona, dilibero di portare egli ſteſſo a

Romeo coſi fatta nouella quāto la mor

te della ſua dōna penſaua ch’eſſergli do

ueſſe: perche tornato la ſera fuori della

terra alloco del ſuo patrone la notte ſe-

guēte ſi uerſo Mantoua camino; che la

mattina per tēpo vi gionſe.      Et troua

to Romeo, che anchora dal frate la let=

tera della dōna riceuuta nōhauea, pian

gendo gli racconto, come la Giulietta

morta hauea ueduto ſepellire, & cio che

perlo a dietro ella hauea| & fatto|& det-

to| tutto gli racconto.             Ilquale que

ſto udēdo pallido & come morto diuen

uto, tirata fuori la ſpada ſi uolſe ferire

per ucciderſi : pure da molti  ritenuto

diſſe.       La vita mia in ogni modo piu

molta longa eſſere nō puote,poſcia che

la propria vita e morta.        O Giulietta

mia , Io ſolo ſono ſtato della tua morte

cagione, perche ( come ſcriſſi ) a leuar

ti dal padre non uenni, tu per nō abban

donarmi morire voleſti.       Et io per te-

ma della morte uiuero ſolo?        Queſto

non fie mai, & a Pietro riuolto donato

gli un bruno ueſtimēto ch’egli indoſſo

hauea diſſe,      Vattene Pietro mio.

Quindi partito & Romeo ſolo ſerratoſi

ogn’altra coſa men triſta;che la uita pa

rendogli; quella che di lui ſteſſofare do=

ueſſe, molto penſo.        Et alla fine come

cōtadino, veſtitoſi; & una guaſtadetta di

acqua di ſerpe, che di buon tēpo in vna

ſua caſſa; per q̈lche ſuo biſognio ſerba-

to hauea: tolta, & nella manica meſſala

ſi a venir  uerſo V erona ſi miſſe : tra ſe

pēſando ouer ᵱ mano della Giuſtitia (ſe

trouato fuſſe) rimaner della uita priua-

to: ouero nell’arca: la quale molto ben

ſapea dou’era con la ſua donna rinchiu-

derſi:& iui morire.          A queſto vltimo

penſiero ſi  gli fu la forruna fauoreuole

che la ſera del di ſeguente che la donna

era ſtata ſepellita in V erona , ſenza eſ=

ſer da perſona conoſciuto entro,& aſpet

tata la notte; & gia ſentēdo ogni parte

di ſilētio piena uerſo il luogo di frati mi

nori oue l’archa era ſi riduſſe.    Era que

ſta chieſa nella cittadella, oue queſti fra

ti in quel tēpo ſtauano; & auenga che da

poi nō ſo come laſſādola veniſſero aſtare

nel borgo di ſan Zeno,nel luogo c’ho

ra ſanto Bernardino ſi noma, pure fu el-

la dal ¸pprio ſanto Frāceſco gia habita

ta preſſo le mura della quale dal cāto di

fuori erano allhora appoggiati certi a=

nelli di pietra,come in molti luoghi fuo

ri delle chieſe veggiamo,    Vno de qua-

li anticha ſepoltura de tutti e Capelletti

era; & nelquale la bella giouāe ſi ſtaua.

A queſto accoſtatoſſi Romeo, cħ forſe

verſo le q̃tro hore potea eſſere, & come

huomo di grā nerbo ch’egli era, per for

za il coperchio leuatogli, & con certi le

gni che ſeco portati hauea in modo pon

tellato hauendolo , che contra ſua uo=

glia chiuder non ſi potea,dentro vi en=

tro, & lo rinchiuſe.    Hauea ſeco il ſuen

turato  giouane recata una lume orba

per la ſua donna alquanto vedere, la=

quale rinchiuſonella archa di ſubito ti=

ro fuori ,  & aperſe.               Et iui la ſua

bella Giulietta tra oſſa & ſtrazzi di mol-

ti morti ;  come morta uide giacere,

onde imantinente  forte piagnendo co

ſi comincio.      Occhi ch’agli occhi mie

foſte mētre cħ piaq𝖟 al cielo, chiare luci,

O bocca da me mille volte ſi dolcemen

te baſciata , o bel petto chel mio cuore

in tāta letitia albergaſti, oue ciechi, mu

ti; & freddi ui ritrouo?    Come ſanza di

voi veggio|parlo|o uiuo? o mi∮þa mia dō

na oue ſei d’Amore condotta?    il quale

uuole, che poco ſpatio due triſti amāti,

& ſpinga, & alberghi.         Oyme queſto

non mi ᵱmiſſe la ſperanza & quel diſio

che del tuo amore prima mi acceſero.

O ſuenturata mia uita a cħ piu ti reggi?

Et coſi dicēdo gliocchi, la bocca, el pet-

to le baſciaua ogn’hora in maggior piā-

to abōdando: nelqual dicea.      O mura

che ſopra a me ſtate,perche adoſſo di me

cadendo non fatte anchor piu breue la

mia uita?       Ma percio che la morte in

libertate di ogn’uno ſi uede,uiliſſima co

ſa per certo e diſiarla,& non  ṕnderla.

Et coſi lāpolla che con lacqua velenoſis

ſima nela manica hauea, tirata fuori par

lando ſegui.          Io nō ſo qual deſtino ſo

pra gli miei nemici &da me morti nello

ſepulcro a morire mi cōduca,ma poſcia

che o anima mia preſſo alla dōna noſtra

coſi gioua il morire, hora moriamo:

Et poſtaſi a bocca la cruda acqua nelſuo

ventre tutta la riceuete        Dapoi preſa

l’amata giouane nelle braccia forte ſtri-

ngēdola dicea.    O bel corpo ultimo ter

mine di ogni mio deſio ſalcū ſentimēto

dopo il partir dellaia ti e reſtato;o ſi ella

il mio crudo morire uede , ṕgo che non

li diſpiaccia, che nō hauendo io teco po

tuto lieto & paleſe uiuere, almē ſecreto

& meſto io mora & molto ſtretta tenen

dola la morte aſpettaua.      Gia era giū

ta lhora chel calor della giouane la fred-

da & potēte virtu della poluere doueſſe

hauer eſtinta, & ella ſuegliarſi.    Perche

ſtretta & dimenata da Romeo nelle ſue

braccia ſi deſto, & riſentita doppo vn

gran ſoſpiro diſſe.          Oyme oue ſono?

che mi ſtrigne?miſera me chimi baſcia?

& credēdo che queſto frate Lorenzo fuſ

ſe, grido.        A q̃ſto modo Frate ſerbate

la fede a Romeo? aq̃ſto modo mi cōdu-

cerete ſicura?      Romeo la donna uiua

ſentendo ſi marauiglio forte, & forſe di

Pigmaleone ricordādoſi diſſe,          Non

mi conoſcete o dolce dōna mia? nō ue=

deteche io iltriſto ſpoſo uoſtro ſono per

morire appo uoi da Mātoua qui ſolo &

ſecreto uenuto?      La Giulietta nel mo

nimento uedēdoſi,& in braccio ad uno

che dicea eſſere Romeo, ſentēdoſi, qua-

ſi fuori di ſe ſteſſa era,& daſſe alquāto ſo

ſpintolo, & nel uiſo guatatolo mille ba-

ſci gli dono, & diſſe.         Qual ſciochez-

za ui fece qua entro & con tāto pericolo

entrare? non ui baſtaua per le mie lette

re hauere inteſo, come io con lo aiuto

di frate Lorenzo fingere morta mi do=

uea, & che di breue ſarei ſtata con uoi?

All’hora il triſto giouane accorto del

ſuo gran fallo,incomincio.     O miſeriſ

ſima mia ſorte, o sfortunato  Romeo o

uia piu detutti altri amāti doloroſiſſimo,

Io di cio uoſtre lettere nō hebbi,& qui le

racōto come Pietro la ſua non uera mor

te per uera gli diſſe, onde credēdola mor

ta hauea perfarle cōpagnia iui preſſolei

tolto il ueleno,ilquale come acutiſſimo

ſentia, che per tutte le mēbra la morte

gli cominciaua mādare.    La ſuentura-

ta fanciulla queſto udendo ſi dal dolore

vinta reſto; che altro cħ le belle ſue chio

me & lo innocēte petto batterſi & ſtra-

tiarſi fare non ſapea, & a Romeo; che

gia reſupino giacea, baſciādolo ſpeſſo

un mare delle ſue lachrime gli ſpargea

ſopra, & eſſendo piu pallida che la la ce

nere diuenuta tutta tremante diſſe.

Dunque nella mia ṕſenza & per mia ca

gione douete Signor mio morire?   & il

Cielo concēdera che dopo uoi,benche

poco io uiua, miſera me almeno a uoi la

mia uita poteſſi donare, & ſola morire.

Alla quale il giouane con uoce lāguida

riſpoſe.    Se la mia fede, e’l mio amore

mai caro ui fu uiua ſpeme mia, per q̃llo

ui ṕgo, che dopo me non ui ſpiaccia la

vita ſenon per altra cagione almen per

poter pēſare di cui della uoſtra bellezza

tutto ardēte dināzi a i bei uoſtri occchi

ſi more.         A queſto riſpoſe la donna;

Se uoi per la mia finta morte morite;

che debb’io per la uoſtra nō finta fare?

Dogliomi ſolo che dināzi a uoi nō hab

bia il modo di morire,& a meſteſſa,per-

cioche tāto uiuo, odio porto:        Ma io

ſpero ben che nō paſſera molto,che co-

me ſon ſtata cagione; coſi ſaro della uo-

ſtra morte cōpagna, & con gran fatica

queſte parole finite tramortita cade, &

riſentitaſi andaua dapoi miſeramente

con la bella bocca gli eſtremi ſpirti del

ſuo caro amante raccogliendo, il quale

uerſo il ſuo fine agran paſſo caminaua.

In queſto tēpo frate Lorenzo inteſo co

me & quādo la giouanela poluere beuu

ta haueſſe, & che per morta era ſtata ſe=

pellita, & ſapēdo il termine eſſer giūto,

nel quale la detta poluere la ſua uirtu fi

nia; preſo uno ſuo fidato cōpagno for-

ſe un’hora innāti il giorno all’archa uē-

ne.       Alla quale giugnendo, & ella pia

gnere & dolerſi udendo, per la feſſa del

coperchio mirando; & un lume dentro

uedendoui merauigliatoſi forte penſo

che la giouane a qualche guiſa la lucer-

na con eſſalei iui entro portata haueſſe,

& che ſuegliata per tema di alcun mor-

to, o forſe di non ſtar ſemṕ in quel loco

rinchiuſa;ſi rimaricaſſe & piāgeſſe in tal

modo: & con l’aita del cōpagno preſta-

mēte aperta la ſepoltura uide la Giuliet

ta, la quale tutta ſcapigliata & dolente

s’era in ſedere leuata & il quaſi morto

Amante nel ſuo grēbo recato ſ’hauea,

allaquale egli diſſe.     Dunque temeui

figliola mia ch’io qui dentro ti laſciaſſe

morire? Et ella il frate vdēdo, & il piā-

to raddoppiādo riſpoſe.       Anzi temo

io, che voi con la mia vita me ne trag-

giate,    Deh per la pieta di Dio riſerra

te il ſepolchro, & andateuene in guiſa,

ch’io mora; ouero porgetimi vn coltel

lo, ch’io nel mio petto ferēdo di doglia

mi traga.       O Padre mio o padre mio

ben mandaſte la lettera?    Ben ſaro io

maritata?  Ben mi guidarete a Romeo.

Vedetelo qui nel mio grembo gia mor

to: & raccontādogli tutto il fatto a lui

il moſtro.      Frate Lorēzo queſte coſe

ſentendo come inſenſato ſi ſtaua; & mi-

rando il giouane:ilquale per paſſare di

ſta allaltra uita era, coſi dicēdo.   O  Ro

meo qual ſciagura mi t’ha tolto? parla-

mi alquāto? drizza a me un poco gli oc

chi tuoi?      O Romeo uedi la tua cariſſi

ma Giulietra che ti ṕga cħ la miri; ᵱche

non riſpondi? almeno aldi, nel cui bel

grēbo tu giacci?     Romeo al caro no=

me della ſua dōna alzo alq̃nto gli lāgui

di occhi dalla vicina morte grauati, &

uedutala gli richiuſe, & poco dapoi per

le ſue mēbra la morte diſcorrēdo, tutto

torgēdoſi fatto un bteue ſoſpiro ſi mo=

ri.      Morto nella guiſa; che diuiſato ui

ho il miſero amāte dapoi molto pianto

gia uicinādoſi il giorno diſſe il frate alla

giouane.     Et tu Giulietta che farai? La

qual toſtamēte riſpoſe.      Morromi qui

 entro.         Come figlia mia diſs’egli nō

dire q̃to;eſci pur fuori, che (q̃untunq𝖟 io

nō ſappia che farmi dite) pur nō ti man

chera il rinchiuderti in q̃lche ſanto Mo

naſterio, & iui ṕgar ſempre Dio perte &

per lomorto tuo ſpoſo,ſe biſogno n’ha.

Alqual diſſe la dōna.      Padre altro nō

vi dimādo che q̃ſta gratia,la quale per lo

amore, che voi alla felice memoria di co

ſtui portaſte, & moſtrogli Romeo, mi fa

rete uolētieri, & q̃ſto fia, di non far mai

paleſe la noſtra morte,accio cħ gli noſtri

corpi poſſano inſieme ſempre in q̃ſto ſe

polchro ſtare: & ſe ᵱ caſo il morir noſtro

ſi riſapeſſe, per lo gia detto amoȓ ui ṕgo

cħ gli noſtri miſeri padri in nome de am

bo noi uogliate ṕgare, che q̃lli gli quali

amoȓ in vno iſteſſo foco, & ad vna iſteſ-

ſa morte arſe & guido; nō ſia loro gra=

ue in uno iſteſſo ſepolchro laſciare.  Et

uoltataſi al giacente corpo di Romeo ,

il cui capo ſopra uno origliere che con

lei nell’archa era ſtato laſciato,poſto ha-

uea gli occhi meglio rinchiuſi hauendo

gli & di lachrime il freddo uolto bagnā

do gli diſſe.     Che debbio ſenza te in vi

ta piu fare Signor mio ? & che altro mi

reſta verſo te, ſenō con la mia morte ſe=

guirti? niente altro certo . accio che da

te dalqual ſolo la morte mi potea ſepa=

rare , eſſa morte ſeparare non mi poſſa.

Et detto q̃ſto la ſua gran ſciagura nell’a

nimo recataſi & la ᵱdita del caro Aman

te ricordandoſi diliberando di piu no vi

ueȓ raccolto aſſe il fiato & alq̃to tenuto

lo, & poſcia cōun gran grido fuori man

dādo ſopra’l morto corpo morta ſi reſe.

Frate Lorēzo dapoi che la giouane mor

ta conobbe per molta pieta tutto ſtor=

dito non ſapea egli ſteſſo cōſigliarſi; &

inſieme col cōpagno dal doloȓ fino nel

core paſſato ſopra emorti amāti piāgea

Quādo ecco la famiglia del podeſta,cħ

dietro alcủ ladro correa; vi ſopragiōſe,

& trouatogli piāgere ſopra q̃ſto auello,

nel q̃le una lucerna uedeano, q̈ſi  tutti la,

corſono: & tolti fra lor gli frati diſſero.

Che fate qui Domini a queſta hora? fa

reſte forſe qualche malia ſopra queſto ſe

polchro? Frate lorēzo ueduti gli ufficia

li, & uditigli , & riconoſciutogli , haria

uoluto eſſere ſtato morto, pur diſſe loro

Neſſuno di voi mi ſ’accoſti, percio chio

uoſtro huomo non ſono, & ſe alcuna co

ſa uolete, chiedetela di lōtano.      Allho

ra diſſe illoro capo.        Noi uogliamo ſa

pere, percħ coſi la ſepoltura de Capelet

ti aperta habbiate,oue pur laltr’heri ſi ſe

pelli una giouane loro, & ſe non che io

conoſco uoi Frate Lorēzo huomo dibo

na cōditione, io direi, che ſpogliare gli

morti foſte qui venuti.      Gli frati ſpen

to il lume riſpoſero.       Quel cħ noi fac

ciamo,nō ſaperai,che a te di ſaperlo nō

appartiene. Riſpoſe colui.             Veroe,

ma dirolo al ſignore.     Alq̃le frate lorē

zo per diſᵱatione fatto ſicuro ſoggiōſe.

Di atua poſta,& ſerrata la ſepoltura co’l

cōpagno entro nella chieſa      Il giorno

quaſi chiaro ſi moſtraua,quando e frati

dalla sbiraglia ſi sbrigarono : onde di

loro fu, che ſubito ad alcun de Cpellet-

ti la nouella di q̃ſti frati raporto.   Iqua

li ſapēdo forſe ancho frate Lorēzo ami-

co di Romeo, Furon ṕſto ināci al ſigno

re ṕgādolo che per forza, ſenō altrimen

ti voleſſe dal frate ſapere quello; che ne

la loro ſepoltura cercaua.        Il Signore

poſte le guardie chel frate partire nō ſi

poteſſe: mādo ᵱ lu ,    Il quale per forza

venutogli dinanzi diſſe il ſignore.

Che cercauate iſtamane nella ſepoltura

de Capelletti?   ditteloci che noi in ogni

guiſa lo uogliamo ſapere.  Alqual riſpo

ſe il frate.    Signor mio io il diro a uo=

ſtra ſignoria molto volentieri.    Io cō-

feſſai gia uiuendo la figliuola di Meſſer

Antonio Capelletti, che laltro giorno

coſi ſtranamēte mori:& ᵱcio che molto

come figliuola di ſpirito l’amai, nō alle

ſue eſſequie eſſendomi potuto ritrouare

era andato addirle ſopra certe ſorte di o

rationi,lequali nuoue volte ſoura il mor

to corpo dette liberano lanima dalle pe

ne del Purgatorio: & ᵱcio che pochi le

ſanno o queſte coſe intēdeno, dicono e

ſciocchi,ch’io per ſpogliar morti era iui

andato. non ſo ſe io ſia q̃lche maſnadie

ro da far queſte coſe: a me baſta queſta

poca di cappa & q̃ſto cordone; ne darei

di quāto theſoro hāno e viui un niente,

nō che de pāni di due morti: male fanno

chi mi biaſmano in q̃ſta guiſa.            Il Si-

gnore harria per poco q̃ſto creduto, ſe=

nō che molti Frati, iquali male gli uolea

no, intendēdo come frate lorēzo era ſta

to trouato ſop̈ q̃lla ſepoltura la uolſero

aprire, & aᵱtala;& il corpo del,morto a

māte dētro trouatole di ſubito cō gran

diſſimo rumore al ſignore; che anchora

co’l frate parlaua;fu detto come nella ſe

poltura de Capelletti, ſopra la q̃le il fra=

te la notte fu colto , giacea morto Ro=

meo Mōtecchi.  Queſto parue a ciaſcu

no q̃ſi ῑpoſſibile, & ſomma marauiglia

a tutti apporto.    Ilche vdēdo frate lo

rēzo,& conoſcendo nō poter piu naſcō

dere q̃llo,che diſiaua di celare:in genoc

chioni dinazi al ſignore poſtoſi diſſe.

Perdonatemi Signore mio ſe a uoſtra ſi

gnoria la bugia di q̃llo, che ella m’ha ri

chieſto diſſi, che cio non fu per malitia

ne per guadagno alcuno, ma per ƥuare

la¸pmeſſa fede adue miſeri & morti amā

ti.          Et coſi tutta la paſſata hiſtoria fu

aſtretto preſenti molti raccōtargli.

Bartholomeo dalla Scala queſto udēdo

da gran pieta quaſi moſſo apiāgere uol

ſe gli morti  corpi  egli ſteſſo uedere, &

con grādiſſima quātita di popolo al ſe-

polchro ſe n’ando : & tratto gli due A=

manti,nella chieſa di ſanto Frā ceſco ſo

pra due tapeti gli fe porre.     In queſto

tempo gli Padri loro nella detta chieſa

uēnero,& ſopra loro morti figli piāgen

do da doppia pieta uinti (  auegna che

 inimici fuſſero) s’abbracciorono, in mo

do che la lōga nimiſta tra eſſi, & tra le lo

ro caſe ſtata : & che ne prieghi d’amici,

ne minaccie del Signore, ne danni rice

uuti, ne il tēpo hauea potuto eſtingue=

re,per la miſera & pietoſa morte di que

ſti Amanti hebbe fine.          Et ordinato

un bel moniḿto, ſopra’l q̃le la cagione

della lor morte i pochi giorni ſcolpita e-

ra, gli due Amāti cō pōpa grādiſſima &

ſolēne dal ſignore, & parēti, & da tutta

la  Citta piāti & accōpagnati ſepolti fu

rono.   Tal miſero fine hebbe lamoȓ di

Romeo & Giulietta come vdito hauete,

& come a me pellegrino da Verona rac

coto.  O fedel pieta che nelle dōne anti

caḿte regnaui, oue hora ſe ita? in qual

petto hoggi t’alberghi?    Qual dōna fa-

rebbe alṕſente come la fedel giulietta fe

ce ſopra il ſuo Amāte morto? Quādo fie

mai che di q̃ſta il bel nome dalle piu ᵱn

te lígue celebrato non ſia?           Quante

ne ſariano hora, che non prima l’amāte

morto veduto  harebbono, che trouar-

ne vn’altro ſi hariano penſato:non che

elle gli fuſſero morte allato. cħs’io ueg

gio, contr’ogni debito di ragione; ogni

fede & ogni ben ſeruire obliādo alcune

dōne quegli amāti,che gia piu cari heb-

beno; nō morti ma alq̃to dalla fortuna

ᵱcoſſi abbādonare.       Che ſidee crede

re cħ eſſe faceſſero dopo la loro morte.

Miſeri gli Amanti di q̃ſta era, gli quali

non poſſono ſperare ne per longa pro

ua di fedel ſeruire,ne la morte per le lo=

ro donne acquiſtando, che elle coneſſo

loro moiano giamai  ,     Anzi certi ſono

di piu oltra a quelle eſſere cari , ſenon

quanto  alle loro  biſogne  gli  poſſono

gagliardamente operare.

           A   B   C   D      Q uaderni.

 

       ℂQ ui Finiſſe lo infelice Innamo=

        ramento di Romeo Montecchi

             Et di Giulietta Capelletti.

                 Stampato in la inclit

                    ta citta di Venetia

                        Per Benedetto

                          de Bendoni.

 

           

 

N                           EL TEMpo che Bartholo

                              meo dalla Scala ſignore cor

                              teſe & humaniſſimo il freno

                              alla mia bella patria a ſua po

                              ſta & ſtrignea & rallentaua,

                              furono in lei, ſecondo chel

                              mio patre dicea hauer udito

due nobiliſſime famiglie per cōtraria fattio=

ne, ouer particolar odio nemiche, l’una e Ca

pelletti, laltra e Montecchi nominata. Di

una dellequali ſi eſtima certo eſſer queſti, che

in Vdene dimorano, cioe Meſſer Nicolo &

M. Giouanni hora detti Monticoli di Ve=

rona, per ſtrano caſo quinci uenuti ad habi=

tare, benche poco altro di quel de gliantichi

ſeco habbiamo in queſto loco recato, fuori

che la lor corteſe gentilezza : & auegna che

io alcune uecchie croniche leggēdo habbia

queſte due famiglie trouato, che unite una

ſteſſa parte ſoſteneano, nondimeno come

io la udi, ſenza altrimenti mutarla a uoi la

ſporro.  Furono adundue come dico, in

Verona ſotto il gia detto Signore le ſopra=

dette nobiliſſime famiglie di ualoroſi huo=

mini, & di ricchezza ugualmente dal cielo,

dalla natura : & dalla fortuna dottate. tra

le quali, come il piu delle uolte tra le gran ca

ſe ſi uede, che la cagion ſi foſſe, crudeliſſima

nimiſta regnaua. per la quale gia piu huomi

ni erano, coſi dalluna come dallaltra parte

morti, in guiſa che ſi per ſtanchezza, ſpeſſo

per queſti caſi auiene, come ancho per le mi-

nacie del Signore, ce cō ſpiacere grandiſ-

ſimo le uedea nemiche, ſeran ritratte di piu

farſi diſpiacere, & ſenza altra pace col tem=

po in modo dimeſticate : che gran parte de

gli loro huomini inſieme parlauano.

Eſſendo coſi coſtoro quaſi pacificati, auien

ne un Carneuale che in caſa di M. Antonio

Capelletti hnomo feſtoſo & giocōdiſſimo,

il quale primo della famiglia era, molte feſte

ſi fecero, & di giorno & di notte, oue quaſi

tutta la citta concorreua: ad una delle quali

una notte: com’e degliamanti coſtume:che

le lor donne : ſi coem co’l cuore: coſi ancho

co’l corpo: pur che poſſano: ouunque uan=

no: ſeguono: uno giouane delli Montecchi

la ſua donna ſeguendo: ſi conduſſe:  Era

coſtui giouane molto & belliſſimo: grande

della perſona:leggiadro & accoſtumato aſ=

ſai: pche trattaſi la maſchera: come ogn’al=

tro facea: & in habito di nimpha trouando-

ſi: non fu occhio ch’a rimirarlo non uolgeſ-

ſeſi per la ſua bellezza: che quella d’ogni dō-

na auanzaua: che iui foſſe:agguagliaua:co=

me per marauiglia che in quella caſa: maſſi=

mamēte la notte: foſſe uenuto : ma con piu

efficatia, che ad alcun altro:ad una figliuola

del detto M.Antonio uenne ueduto:che e=

gli ſola hauea. laquale di ſopranaturale bel

lezza & baldanzoſa & leggiadriſſima era.

Queſta ueduto il giouane con tanta forza

nell’animo e laſua bellezza riceuete:che al pri

mo incontro deloro occhi di piu non eſſe=

re di lei ſteſſa le parue.  Stauaſi coſtui in ri

poſta parte della feſta con poca baldāza tut

to ſolo:&rade uolte in ballo, o in parlamen

to alcuno ſi tramettea:come quegli che d’a=

more iui guidato con molto ſoſpetto uiſta

ua. ilche alla giouane forte dolea : percio=

che piaceuoliſſimo udiua che egli era:& gio

coſo. Et paſſando la mezza notte: & il fine

del feſteggiare uenendo il ballo del torchio

o del capello:come dire lo uogliamo : &che

anchora nel fine delle feſte ueggiamo uſarſi,

s’incomincio: Nel quale in cerchio ſtan=

doſi lhuomo la donna : & la donna lhuomo

a ſua uoglia permutandoſi: piglia.  In que=

ſta danza d’alcuna donna fu il giouane leua=

to:& a caſo appreſſo la gia innamorata fan

ciull poſto.  Era dallaltro canto di lei un

nobilegiouane Marcuccio Guertio nomi=

nato: il quale per nature coſi il luglio come

il genaio le mani ſemṕ freddiſſime hauea.

Perche giunto Romeo Montecchi: che co

ſi era il giouane chiamato al manco lato de

la donna: & come in tal ballo s’uſa la bella

ſua mano in mano preſa, diſſe a lui quaſi ſu=

bito la giouane forſe uaga d’udirlo fauella=

re.  Benedetta la uoſtra uenuta qui preſſo

me M.Romeo.      Allaquale il giouane,che

gia del ſuo mirare accorto s’era, marauiglia

to del parlar di coſtei diſſe.  come benedet=

ta la mia uenuta?  Et ella riſpoſe, ſi benedet

to il uoſtro uenire qui appo me: percioche

uoi almanco queſta ſtanca mano calda mi

terrete: onde Marcuccio la deſtra m’ag=

ghiaua.  Coſtui preſo al quanto d’ardire ſe

gui.  Se io a uoicon la mia mano la uoſtra

riſcaldo,uoico begliocchi il mio core accen

dete.  La dōna dopo un breue ſorriſo ſchi

fando d’eſſere con lui ueduta, o udita ragio

nare anchora gli diſſe. Io ui giuro Romeo

per mia fe,che non e qui donna,laquale(co-

me uoi ſiete ) a gliocchi mei bella  paia.

Allaquale il giouane gia tutto di lei acceſo

riſpoſe.   Qual io mi ſia ſaro alla uoſtra bel

tade (s’a quella non ſpiacera) fedel ſeruo.

Laſſato poco dopo il feſteggiare, & torna=

to Romeo alla ſua caſa cōſiderata la crudel

tade della prima ſua dōna, che di molto lan-

guire poca mercede gli daua: dilibero (quan

do a lei foſſe agrado) a coſtei ( quantunque

de ſuoi nemici foſſe)tutto donarſi.     Dallal

tro canto la gouane poco ad altro ch’a lui

ſolo penſando: dopo molti ſoſpiri tra ſe iſti-

mo lei douere ſempre felice eſſere, ſe coſtui

per ſpoſo hauere poteſſe:ma per la nimiſta,

che tra luna & laltra caſa era, cō molto timo

re poco ſpeme di giugnere a ſi lieto grado te

nea.        Onde fra due penſieri di continuo

uiuendo a ſeſteſſa piu uolte diſſe.    O ſcioc

ca me a q̃luaghezza milaſcio io in coſiſtra=

no labiritho guidare? oue ſenza ſcorta reſtā

do uſcire a mia poſta non ne potro. Gia che

Romeo Montecchi non m’ama:percioche

per la nimiſta, che ha co miei, altro che la

mia uergogna non puo cercare : & poſto

che per ſpoſa egli mi uoleſſe:il mio padre di

darmegli non conſentirebbe giamai. Da-

poi nellaltro penſiero uenendo dicea, chi ſa

forſe che per meglio paceficarſi inſieme que

ſte due caſe, che gia ſtanche & ſatie ſono di

far tra lor guerra:mi porria anchor uenir fat

to d’hauerlo in quella guiſa, che io lo diſio.

Et in queſto fermataſi, comincio eſſergli d’al

cun ſguardo corteſe.   Acceſi dunque gli

due amanti di ugual fuoco l’uno dellaltro il

bel nome,& l’effigie nel petto ſcolpita por-

tando: dier principio quādo in chieſa, quan

do a qualche feneſtra a uagheggiarſi: in tan

to che mai bene ne luno ne laltro hauea:ſe=

non quāto ſi uedeano. & egli maſſimamen

te ſi di uaghi coſtumi di lei acceſo ſi trouaua:

che quaſi tutta la notte con grandiſſimo pe

riculo della ſua uita dinanci alla caſa dell’a

mata donna ſolo ſi ſtaua,& hora ſopra la fe

neſtradlla ſua camera per forza tiratoſi, iui

ſanza ch’ella| odaltri lo ſapeſſe,ad udire lo

ſuo bel parlare ſi ſedea:& hora ſopra la ſtra

da giacea.  Auenne una notte,come amor

uolſe: la Luna piu del ſolito rilucendo che

mentre Romeo era per ſalire ſopra il detto

Balchone:la giouane (o che cio a caſo foſſe,

o che laltre ſere udito lhaueſſe) ad apriȓ quel

la feneſtra uēne,& fattaſi fuori lo uide: ilqua

le credendo,che non ella, ma qualch’altro il

balchone apriſſe, nelombra d’alcun muro

fuggire uolea: onde conoſciutolo & per no-

me chiamatolo gli diſſe.      Che fate qui a

queſta hota coſi ſolo? & egli gia riconoſciu

tola riſpoſe,quello ch’amor uuole.     Et ſe

uoi ui foſte colto diſſe la donna, non potre=

ſte uoi morirci di leggiero?    Madonna ri-

ſpoſe Romeo ſi ben,che io ui potrei ageuol

mēte morire, & morrouici di certo una not

te, ſe non m’aiutate: ma perche ſon ancho

in ogni altro luogo coſi preſſo alla morte

come qui, procaccio di morire piu uicino al

la perſona uoſtra,che io mi poſſa: con laqua

le di uiuere ſempre bramerei, quand’al cielo

& a uoi ſola piaceſſe.      Allequali parole la

giouane riſpoſe:   Da me non rimarra mai,

che uoi meco honeſtamente non uiuiate:

non reſtaſſe piu da uoi, o dalla nimiſta che

tra la uoſtra & la mia caſa ueggio.      A cui

il giouane diſſe,uoi potete credere,che piu

non ſi poſſa bramar coſa, di quel ch’io uoi

di continuo bramo:& percio quando a uoi

ſola piaccia d’eſſerecoſi mia, com’io d’eſſer

uoſtro diſio, lo faro uolētieri: netemo ch’al

cuno mi ui tolga giamai.    Et detto queſto

meſſo ordie di parlatſi un’altta notte cō piu

ripoſo, ciaſcun dal loco ou’era ſi diparti.

Dapoi andato il giouane piu uolte per par=

larle,una ſera,che molta neue cadea, al diſia

to loco la ritrouo, & diſſele.      Deh perche

mi fate coſi languire?  non ui ſtrigne pie=

ta di me, che tutte notti in coſi fatti tempi

ſopra queſta ſtrada ui aſpetto?     Alqualla

donna diſſe, certo ſi che uoi mi fate pieta:

ma che uoreſte ch’io faceſſi? ſe non pregar

che uoi ue ne andaſte.     Allaquale fu dal

giouane riſpoſto, che uoi mi laſſaſte nella

camera uoſtra entrare, oue potremo inſie

me piu agiatamente parlare.   Allhora la

bella giouane quaſi ſdegnando diſſe.  Ro

meo io tanto ui amo,quanto ſi poſſa perſo-

na lecitamente amare, & piu ui conciedo di

quello,che alla mia honeſta ſi conuerria: &

cio faccio d’amore co’l ualor uoſtro uinta.

ma ſe uoi penſaſte o per longo uagheggiar=

mi, o per altro modo piu oltra come inamo-

rato dell’amor mio godere,queſto penſier la

ſciate da parte, che alla fine in tutto uano

lo trouarete.  Et per non tenirui piu ne pe

ricoli, ne quali ueggio eſſere la uita uoſtra

uenendo ogni notte per queſte contrade,ui

dico che quādo a uoi piaccia di accettarmi

per uoſtra donna,che io ſon prōta a darme

ui tutta: & con uoi in ogni luogo che ui ſia

in piacere, ſenza alcun riſpetto uenire.

Queſto ſolo bramo io diſſe l giouane, fac=

ciaſi hora, facciaſi riſpoſe la dona:ma rein-

tegraſi poi nella preſenza di frate Lorezo da

ſan Franceſco mio confeſſore, ſe uolete che

io in tutto& contenta mi ui dia.  O diſſe a

lei Romeo dunque frate Lorenzo da Reg=

gio e q̃llo, che ogni ſecreto de cuor uoſtro

ſa?   Si diſs’ella,& ſerbaſi per mia ſodisfat

tione affar ogni noſtra coſa dinnāzi a lui.

Et qui poſto diſcreto modo alle loro coſe lu

no dallaltro ſi parti.    Era queſto frate de

l’ordine minore di oſſeruanza philoſopho

grande, & iſperimentatore di molte coſe co

ſi naturali come magiche,& in tanta ſtretta

amiſta cō Romeo ſi trouaua, che la piu for-

ſe in que tempi tra due in molti luoghi nō

ſi ſaria trouata.    Percioche uolendo il fra

te ad un tratto &in buona oppenione del

ſuo uolgo reſtare,& di qualche ſuo diletto

godere gliera cōuenutto per forza d’alcun

gētilhuomo della citta fidarſi: tra quali q̃ſto

Romeo giouane|temuto| animoſo| & prudē

te haueua eletto: & a lui il ſuo core, che a tut

ti glialtri fingēdo tenea celato, nudo hauea

ſcoperto.     Perche trouato da Romeo li=

beramente gli fu detto, come diſiaua d’haue

re l’amata giouane per donna : & che inſie-

me haueuano conſtituito lui ſolo douer eſſe

re ſecreto teſtimonio del loro ſponſalitio, &

poſcia mezzano a douer fare chel padre di

lei a queſto daccordo conſentiſſe.   Il frate

di cio contēto fu, ſi perche a Romeo niuna

coſa harria ſenza ſuo gran danno potuta ne

gare,ſi ancho perche penſaua, che forſe an=

chora per mezzo ſuo ſaria queſta coſa ſucce

duta in bene, ilche di molto honore gli ſa=

ria ſtato preſſo il ſignore, & ogn’altro ch’a

ueſſe diſiato queſte due caſe ueder in pace.

Et eēndo la Quareſima,la giouane un gior

no fingendo di uolerſi cōfeſſare al monaſte=

rio di ſanto Franceſco andata, & in uno di

que confeſſori, che tali frati uſano, entrata,

fece frate Lorenzo dimandare. Il quale iui

ſentendola per didentro al conuento inſie=

me con Romeo nel medeſimo cōfeſſoro en-

trato & ſerrato l’uſcio, una lama di ferro tut

ta forata, che tra la giouane & eſſi era, leua

ta uia diſſe a lei. Io ui ſoglio ſampre uedere

uolētieri figliuola, ma hora piu che mai qui

cara mi ſiete.     S’e coſi chel mio M. Ro=

meo per uoſtro marito uogliate.   Alqual

ella riſpoſe, Niuna altra coſa maggiormen

te diſio, che d’eſſere legitimamente ſua: &

percio ſono io qui dinanzi al conſpetto uo=

ſtro uenuta, delquale molto mi fido: accio

che uoi inſieme con idio a quello,che d’amo

re aſtretta uengo affare, teſtimonio ſiate.

Allhora in preſenza del frate, chel tutto in

confeſſione diceua accettare, per parola di

preſente Romeo la bella giouane ſpoſo.

Et dato tra loro ordine d’eſſere la ſeguente

notte inſieme, baſciataſi una ſola uolta dal

frate ſi dipartirno.  Ilquale rimeſſa nel mu

ro la ſua grada ſi reſto ad altre dōne confeſ=

ſare.         Diuenuti gli due amanti nella gui

ſa che udito hauete ſecretamente marito &

moglie: piu notti delloro amore felicemen

te goderono.    aſpettando co’l tempo di

trouar modo ᵱ lo qual il padre della donna

ch’agli loro diſii eſſere cōtrario ſapeano, ſi

poteſſe placare.    Et coſi ſtando interuen

ne che la fortuna d’ogni mondan diletto ne

mica, non ſo qual maluagio ſeme ſpargen=

do, fece tra le loro caſe la gia quaſi morta ni

miſta riuerdire, in modo che le coſe ſotto ſo

pra andando, ne Montecchi a Capelletti,

ne Capelletti a Montecchi cedereuolendo

nella uia del corſo s’attaccarono una uolta

inſieme, oue cōbattendo Romeo,& alla ſua

donna riſperto hauendo di percuotere alcu

no della ſua caſa ſi guardaua , pur all  fine

ſendo molti di ſuoi feriti, & quaſi tutti della

ſtrada cacciati uinto dalla ira ſopra Thebal

do Capelletti corſo,chel piu fiero de ſuoi ne

mici parea, di un colpo in terra morto lo di

ſteſe: & gli altri che gia per la morte di co=

ſtui erano ſmariti, in grandiſſima fuga riuol

ſe. Era gia ſtato Romeo ueduto ferire The

baldo in mō che lhomicidio celare nō ſi po=

tea:Onde data la q̃rella dināzi al ſignoȓ cia

ſcuno de Capelletti ſolaḿte ſopra Romeo

gridaua:Perche dalla giuſtitia in ppetuo di

Verona bādito fu. Hor di qual core, queſte

coſe uedendo, la miſera giouane diueniſſe,

ciaſcuna che ben ami, nel ſuo caſo ponendo

ſi, il puo di leggieri conſiderare.        Ella di

continuo ſi forte piagnea, che niuńo la po=

tea racconſolare:& tanto era piu accerbo il

ſuo dolore, quanto meno con perſona alcu

na il ſuo male ſcoprire oſaua.       Dallaltra

parte al giouane per lei ſola abbandonare il

ᵱtirſi dalla ſua patria dolea,ne uolendoſene

per coſa alcuna partire ſenza torre da lei la=

grimeuole combiato,& in caſa ſua andare

non potendo, al frate ricorſe˙  Al quale

ch’ella uenire doueſſe per un ſeruo del ſuo

padre molto amico di Romeo fu fatto a ſa-

pere.   Et ella ui ſi riduſſe.    Et andati a=

mendue nel confeſſoro aſſai la loro ſciagu=

ra inſieme pianſero.   Pure alla fine diſs’el

la a lui,che faro io ſanza di uoi? di piu uiue

re nō mi da ilcuore, meglio fora, che io con

uoi ouunque ue ne andaſte: mi ueniſſi.

Io m’accorzaro queſte chiome: &come ſer

uo ui uerro dietro :ne d’altro meglio o piu

fedelmente:che da me potrete eſſer ſeruito.

Non piaccia a Dio anima mia cara: che quā

do meco uenire doueſte: in altra guiſa, che

in luogo di mia Signora ui menaſſi, diſſe a

lei Romeo.   Ma perciocheſon certo, che

le coſe non poſſono longamente in queſto

modo ſtare, & che la pacetra noſtri habbia

a ſeguire, onde anchora io la gratia del Si=

gnore di leggieri impetrarei, intendo che

uoi ſenza il mio corpo per alcun giorno ui

reſtiate,che lanima mia con uoi dimora ſem

pre.    Et poſto che le coſe , ſecondo che io

diuiſo, non ſuccedano,altro partito al ui=

uer noſtro ſi prendera.   Et queſto dilibera

to tra loro abbracciatiſi mille uolte ciaſcun

di loro piagnendo ſi diparti.        La donna

pregādolo aſſai, che piu uicino, ch’egli po-

teſſe, le uoleſſe ſtare, & nō a Roma o Firen-

ze, come detto hauea, andarſene.      Indi a

pochi giorni Romeo che nel monaſterio di

frate Lorenzo era fin allhora ſtato naſcoſto

ſi parti, & a Mātoua come morto ſi riduſſe:

hauendo prima detto al ſeruo della donna,

che cio che di lui dintorno al fatto di lei in

caſa udiſſe, al frate faceſſe di ſubito intende

re; & ogni coſa operaſſe di quello, che la

giouane gli comandaua fedelmente, ſe il ri=

manente del guiderdone promeſſogli diſia

ua d’hauere.     Partito di molti giorni Ro-

meo & la giouane ſempre lachrimoſa mo=

ſtrandoſi, ilche la ſua gran bellezza faceua

manchare,la fu piu fiate dalla madre, che te

neramente l’amaua, conluſingheuoli paro-

le addimandata, onde queſto ſuo pianto deri

uaſſe.     Dicendo  o figliola mia da me al

pari della mia uita amata, qual doglia da po

co in qua ti tormenta?   ond’e che tu un bre

ue ſpatio ſenza pianto non ſtai? ſe forſi alcu

na coſa brami, falla a me ſola nota, che di

tutto, che lecito ſia ti faro conſolata.

Nondimeno ſempre deboli ragioni di tal

pianto dalla giouane renduto gli furono.

Onde penſandola madre,che  in lei uiueſſe

diſio d’h uer marito, il quale per uergogna

o per tema tenuto celato il piāto generaſſe;

un giorno credendo la ſalute della fioliola

cercare, & la morte procacciandole co’l ma

rito diſſe.    Meſſer Anton o io ueggio gia

molti giorni queſta noſtra fanciulla ſempre

piagnere in modo ch’ella, come uoi potete

uedere| quella,ch’eſſer ſuole, piu non pare.

Et auegna ch’io molto lhabbia della cagio

ne del ſuo pianto eſſaminata, ond’egli uen=

ga, da lei percio ritrare non poſſo; ne da

che proceda ſapre io me ſteſſa dire; ſe forſe

per uoglia di maritarſi,laqual come ſai e

fanciulla, non oſaſſe far paleſe: cio aueniſſe.

Onde prima, che piu ſi cōſumi:diria che fuſ-

ſebono di darli marito, he ogni mō ella de

ciotto anni q̃ſta ſanta Euphemia forni.  Et

le donne come queſti di molto trapaſſano,

perdono piu toſto che auanzano della loro

bellezza: oltra che elle nō ſono mercatan=

tia da tenire molto in caſa, quantunque io

la noſtra in ueruno atto ueramente non co=

noſceſſi mai altro che honeſtiſſima.     La

dote ſo cħ hauete gia piu di preparata, ueg

giamo dunque di darle condeceuole mari=

to.   Meſſer Antonio riſpoſe che ſaria be=

ne il maritarla, & commēdo molto la figlio

la, chehauendo queſto d ſio, uoleſſe prima

tra ſeſteſſaaffliggerſene,che a lui,o alla ma

dre richieſta farne:  Et fra pochi di comin=

cio con uno di conti di Lodrone trattare le

nozze; Et gia quaſi per cō hiuderle eſſen=

do, la madre credēdo alla figliuola grandiſ

ſimo piacer fare le diſſe.   Rallegrati hog-

gimai figliuola mia, che fra pochi giorni ſa-

rai ad un gran gentilhuomo degnamente

maritata, & ceſſara la cagione del tuo gran

pianto,laquale auenga che tu non m’habbi

uoluto dire, pur per gratia di dio lho com=

preſa, & ſi col tuo padre ho operato, che ſa-

rai compiaciuta.   Allequali parole la bel=

la giouane non puote ritenere il pianto :

Onde la madre a lei diſſe, credi ch’io ti dica

bugia? non paſſarāno otto giorni che tu ſa

rai d’un bel donzello della caſa di Lodrone

moglie.    La giouane a queſte parole piu

forte raddoppiaua il pianto; Perche la ma

dre luſingandola diſſe,  Dunque figliuola

mia non ne ſerai contenta?   Allaquale el=

la riſpoſe, mai no madre che io non ne ſaro

contenta.   A queſto ſoggionſe la madre,

che uoreſte adunquqe? dillo a me, che ad o=

gni coſa per te diſpoſta ſono.   Diſſe allho

ra la giouane morir uorei, non altro.     In

queſto madonna Giouanna, che tal nome

hauea la madre,laqual ſauia dōna era,com=

preſe la figliola d’amore eſſere acceſa: & ri=

ſpoſtole non ſo che, da lei ſi ſeparo.   Et la

ſera uenuto il marito gli narro cio che la fi=

gliuola piangēdo riſpoſto le hauea.   Ilche

molto gli ſpiacque, & penſo che foſſe bēfat

to, prima che piu innāzi le nozze di lei ſi trat

taſſero; accioche in qualche uergogna non

ſi cadeſſe,d’intēdere d’intorno a queſto qual

foſſe la oppenioneſua.        Et fattalaſi un

giorno uenire innāzi le diſſe, Giulietta, che

coſi era della giouane il nome, Io ſono per

nobilmente maritarti, non ne ſarai cōten

ta figliuola?    Alquale la giouane alquan=

to dopo il dire di lui taciutaſi, riſpoſe,  Pa

dre mio no,che io non ſaro cōtenta.    Co=

me uoi donque nelle Monache entrare? diſ-

ſe il padre.    Et ella meſſere non ſo; & con

le parole lelachrime ad un tēpo mando fuo

ri.     Allaquale il padre diſſe, queſto ſo che

non uuoi: donate dunque pace ch’io inten-

do d’hauerti in un di conti di Lodrone mari

tata.    Alquale la giouane forte piangēdo

riſpoſe, queſto non fie mai.    Allhora M.

Antonio molto turbato ſopra la perſona

aſſai le minaccio, ſe al ſuo uolere ardiſſe mai

piu di cōtradire; & oltra queſto ſe la cagio=

ne del ſuo pianto non facea manifeſta.

Et non potendo da lei altro che lachrime ri=

trare, oltra modo ſcontento con madonna

Giouanna la laſcio, ne doue la figliuola l’a=

nimo haueſſe,accorgerſi poteo.      Hauea

la giouane al ſeruo,che co’ ſuo padre ſtaua,

ilquale del ſuo amore cōſapeuole era, & Pie

tro haueua nome, cio che la matre le diſſe’

tutto ridiſſe; & in ṕſentia di lui giurato, che

ella anz’il ueleno uoluntariamēte beueria,

che prender mai, anchor che la poteſſe, al=

tr che Romeo per marito.  Diche Pietro

particol rmente ſecōdo lordine per uia del

frate n,hauea Romeo auiſato, & egli alla

Giulietta ſcritto, che per coſa niuna al ſuo

maritare non conſentiſſe; & meno il loro a=

more faceſſe aperto, che ſenza alcũ dubbio

fra otto o dieci giorni egli prenderia modo

dileuarla di caſa del padre.     Ma non po=

tendo M. Antonio & Madōna Giouanna

inſieme ne per luſioghe, ne per minaccie da

la loro figliuola la cagione perche nō ſi uo=

leſſe maritare, intendere, ne per altro ſentie

ro trouando di cui ella innamorata foſſe, &

hauendole piu fiate madonna Giouāna det

to.         Vedi figliuola mia dolciſſima non

piagnerehoramai piu, che marito a tua po-

ſta ti ſi dara, ſe quaſi uno de Montecchi uo-

leſti, ilche ſon certa che non uorai.    Et la

Giulietta mai altro che ſoſpiri & piāto non

le riſpondendo in maggiore ſoſpetto entra

nti deliberorno di conch udere piu toſto che

ſi poteſſe le nozze, che tra lei & il Conte of

Lodrone trattate hauea.     Il che intend n

do la giouane doloroſiſſima ſopramodo ne

diuenne; ne ſapendo che ſi fare la morte mil

le uolte al giorno diſiaua: pur di far inten=

dere il dolore a frate Lorēzo fra ſe ſteſſa dili-

bero come a perſona,nella quale dopo Ro

meo, piu che in altra ſperaua; & che dal ſuo

amante hauea udito che molte gran coſe ſa-

pea fare.        Onde a madonna Giouanna

un giorno diſſe, Mia madre nō uoglio che

uoi marauiglia prēdiate, ſeiola  agione del

mio pianto non ui dico, percioche io ſteſſa

non la ſo; ma ſolamente di continuo in me

ſento una ſi fatta maninconia, che non che

l’altrui, ma la propria uita noioſa mi rende:

ne onde cio m’auenga,ſo tra me penſare| ne

che a uoi, o al padre mio dirlo: ſe da qualche

peccato commeſſo, che io non mi ricordaſ=

ſe, queſto non maueniſſe : & perche la paſſa

ta confeſſione molto mi giouo, io uorei pia-

cendo a uoi racconfeſſarmi, accioche que=

ſta Paſqua di Magio ch’e uicina, poteſſi in

rimedio di mei dolori riceuer la ſoaue medi

cina del ſaciato corpo del noſtro S gnore.

A cui madonna Giouanna diſſe, ch’era con

tenta.    Et indi in due giorni menatala a

ſan Franceſco dinanzi a frate Lorēzo la po

ſe.     Ilquale prima molto pregato hauea,

che la cagione del ſuo pianto nella confeſ=

ſione cercaſſe d’intendere.     La giouane,

come la madre de ſe allargata uide, coſi di

ſubito cō meſta uoce al frate tutto il ſuo af=

fanno racconto, & per l’amore & cariſſima

amiſta, che tra lui & Romeo ella ſapea ch’e

ra :lo prego: ch’a queſto ſuo maggior biſ=

ogno aita porgere le uoleſſe.   Allaquale il

frate diſſe, che poſſo io fare figliuola mia in

queſto caſo? tanta nimiſta tra la tua caſa &

quella del tuo marito eſſendo.   Diſſe a lui

la meſta giouane:     Padre io ſo che ſapete

aſſai coſe rare, & a mille guiſe me potete ai-

tare, ſe ui piace: ma ſe alto bene fare non

mi uolete, concedetemi almeno queſto.

Io ſento preparare le mie nozze ad un pala=

gio di mio padre, ilquale fuori di queſta ter-

ra da due miglia ueſo Mantoua e, oue mena

re mi debbono, accio ch’io men baldezza di

rifiutare il nuouo marito habbia: & la doue

non prima ſaro, che colui che ſpoſare mi de-

ue, giugnera, datemi tanto ueleno, che in

un ponto poſſa meda tal doglia, & Romeo

da tanta uergogna liberare: ſenon cō mag

gior mio incarico & ſuo dolore un coltello

in me ſteſſa ſanguinero.     Frate Lorenzo

udendo l’animo di coſtei tale eſſere,& pēſan

do egli quāto nelle mani di Romeo ancho..

foſſe, il qual ſenza dubbio nemico gli diuer=

ria,ſe a queſto caſo non prouedeſſe, alla gio

uane coſi diſſe.    Vedi Giu ietta io confeſ-

ſo (come ſai) la metta di queſta terra, & in

buon nome ſono appo ciaſcuno, ne teſta=

mento o pace ueruna ſi fa,che io non c’intra

uenga: perlaqualcoſa non uorei in qualche

ſcandolo incorrere, o che s’intēdeſſe, ch’io

foſſe interuenuto in queſta coſa giamai per

tutto l’oro del mōdo.   pure perche io amo

te, & Romeo inſieme, mi diſporro affar co-

ſa, che mai per alcun altro non feci, ſi uera=

mēte che tu mi prometta di tenirmene ſeƜ-

pre celato.   Al quale la giouane riſpoſe,

Padre datemi pure queſto ueleno ſiucra=

mente, che mai alcun altro che io lo ſapera.

Et egli a lei.   Veleno non ti daro io figliuo

la, che troppo gran peccato ſeria, che tu co

ſi giouanetta & bella moriſſi: ma quando ti

dia il cuore di fare una coſa, che io ti diro, io

mi uanto di guidarti ſicuramenta dinanzi al

tuo Romeo.   Tu ſai che l’arca de tuoi ca=

pelletti fuori di queſta chieſa nel noſtro cimi

tero e poſta, io ti daro una poluere, la qua-

le tu beuendola per quarant’otto hore| o-

uer poco piu o meno ti fara in guiſa dor=

mire,che ogni huomo per gran medico ch’e

gli ſia, non ti giudichera mai altro che mor

ta.    Tu ſerai ſenza alcun dubbio, come

foſti di queſta uita paſſata, nella detta arca

ſepellita, & io quando tempo ſie, ti uerro a

cauar fuori, & terrotti nella mia cella, fin

che al capitolo, che noi facciamo in Man=

toua, io uada, che fie toſto; oue traueſtita

nel noſtro habito al tuo marito ti menaro.

Ma dimmi non temerai del corpo di The=

baldo tuo cugino: che poco e: che iui entro

fue ſepellito?    La giouane gia tutta lieta

diſſe.   Padre ſe per tal uia peruenir doueſ-

ſi a Romeo: ſenza tema ardirei di paſſare

per l’inferno.    Horſu dunque diſſe egli:

poi che coſi ſei diſpoſta: ſon contento d’ai-

tarti: ma prima che coſa alcuna ſi faceſſe:

mi parria che di tua mano a Romeo la coſa

tutta intiera tu ſcriueſti; accio ch’egli mor

to credendoti: in qualche ſtrano caſo per

diſperatione non incorreſi : perche io ſo,

chegli ſopramodo t’ama.     Io ho ſempre

frati: che uanno a Mantoua: ou’egli: come

ſai: ſi ritroua.     Fa che io haggia la lettera:

che per fidato meſſo a lui la mandero.

Et detto queſto il buon frate: ſenza’l mez=

zo di quali niuna gran coſa a perfetto fine

conducerſi ueggiamo: la giouane nel con=

feſſoro laſciata alla ſua cella ricorſe, & ſubi=

to a lei con uno picciolo uaſetto di poluere

ritorno, & diſſe.      Togli queſta polue, &

quando ti parra nelle tre o nelle quatro ho-

re di notte inſieme con acqua cruda ſanza

tema la beuerai: che d’intorno le ſei comin

ciara operare: & ſenza fallo il noſtro diſe=

gno ci riuſcira: ma non ſcordare percio di

mandarmi la lettera, che a Romeo dei ſcri-

uere, che importa aſſai.   La Giulietta pre

ſa la poluere ella madre tutta lieta ritorno,

& diſſele.    Veramentemadonna che frate

Lorenzo e il miglior confeſſore del mondo.

Egli m’ha ſi racconfortata, che la paſſata tri

ſtitia piu non mi ricordo.   Madōna Gio

uanna per l’allegrezza della figliola men tri

ſta diuenuta riſpoſe,in buona hora figliuo-

la mia, farai ch’anchor raccōſoli lui alle uol

te con la noſtra elimoſina, che poueri frati

ſono: & coſi parlando ſe ne uenero a caſa lo

ro.     Gia era dopo queſta confeſſione.fat

ta tutta allegra la Giulietta, in modo che

M.Antonio & Ma. Giouanna ogni ſoſpet

to ch’ella fuſſe innamorata,haueano laſſa=

to: & credeuano ch’ella per ſtrano & ma=

ninconoſo accidente haueſſe gli pianti fat

ti, & uolentieri lhariano laſſata coſi ſtare

per allhora ſenza piu dire di darli marito.

Ma tanto dentro in queſto fatto erano an=

dati, che piu tornare a dietro ſenza incarico

non ſe ne poteano.     Onde uolēdo il con-

te di Lodrone,ch’alcun ſuo la dōna uedeſſe,

ſendo madonna Giouanna alquanto cagio

neuoledella perſona, fu ordinato che la gio

uane accompagnata da due zie di lei, a quel

loco del padre, che hauemo nominato, po

co fuori della citta andar doueſſe,alche ella

niuna reſiſtentia fece,& andoui.   Oue cre

dendo chel, padre coſi all’improuiſo lha=

ueſſe fatta andare per darla di ſubito in ma-

no al ſecondo ſpoſo, & hauendo ſeco porta

ta la poluere chel frate le diede, la notte uici

no alle quattr’hore chiamata una ſua fante,

che ſeco alleuata s’era,& che quaſi come ſo-

rella tenea; & fattaſi dare una coppa d’ac=

qua fredda, dicendo che per gli cibi de la ſe

ra auanti ſete ſoſtenea,& poſtole dentro la

uirtuoſiſſima poluere tutta la ſi bebbe,& da

poi in preſenza della fante| & d’una ſua zia,

che con eſſa leiſuegliata s’era,diſſe, Mio

padre per certo contra mio uolere non mi

dara marito s’io potro.     Le donne che di

groſſa paſta erano,anchora che ueduto l’ha

ueſſero bere la poluere,laquale per rifreſcar

ſi ella dicea porre nellacqua,& udite q̃ſte pa

role, non percio le inteſero,o ſoſpicorno al

cuna coſa, & tornarono a dormire.        La

Giulietta ſpento il lume & partita la fante

fingendo di leuare per  alcuna opportunita

naturale, del letto ſi leuo; & tutta de ſuoi

panni ſi riueſti, & tornata nel letto, come

s’haueſſe creduto morire, coſi compoſe ſo=

pra quello il corpo ſuo meglio ch’ella ſeppe,

& le mani ſopra il ſuo bel petto poſte in cro-

ceaſpettaua chel beueraggio operaſſe: il=

quale poco oltra a due hore ſtette a renderla

come morta.    Venuta la mattina il ſole

gran pezza ſalito eſſendo, fu la giouane ne

la guiſa, che detto u’ho, ſopra il ſuo letto ri

trouata; & eēndo uoluta ſuegliare ma non

ſi potendo, & gia quaſi tutta fredda troua=

tala, ricordandoſi la zia & la fante dell’ac=

qua & della poluere che la notte beuuta ha-

uea, & delle parole da lei ragionate: & piu

uedēdola eſſerſi ueſtita, & da ſe ſteſſa ſopra

il letto a quel modo racconcia,la poluere ue

leno,&lei morta ſanza alcun dubbio giuof

carono.       Il rumore tra le donne ſi leuo

grandiſſimo, & il pianto, maſſimamente

per la ſua fante, la qualeſpeſſo ᵱ nome chia

mandola dicea.      O Madonna queſto e

quello, che diceuate,    Mio padre contra

mia uoglia non mi maritara.    Voi mi di=

mandaſte con inganno la fredda acqua, la

qualela uoſtra dura morte a me triſta appa=

recchiaua.    O miſera me di cui prima mi

dolero? della morte|o di meſteſſa?   Deh

perche ſprezzaſte morendo la compagnia

d’una uoſtra ſerua, la quale uiuendo coſi ca

ra moſtraſte d’hauere, che coſi com’io ſem=

pre con uoi uolentieri uiuuta ſono, coſi an=

cho uolētieri con uoi morta ſarei.   O Ma-

donna io con le mie mani l’acqua ui portai,

accio che io miſera me| fosſi in queſta guiſa

da uoi abbandonata.  Io ſola & uoi & me

il uoſtro padre & la uoſtra madre ad un trat

to hauero morto.     Et coſi dicendo ſalita

ſopra il letto la come morta giouane ſtretta

abbracciaua.    Meſſer Antonio, il quale

non lontano il rumore udito hauea: tutto

tramante nella camera della figliuola corſe,

& uedutala ſopra il letto ſtare, & inteſo cio

che la notte beuuto, & detto hauea, quan

tunque morta la ſtimaſſe, pur a ſua ſatisfat

tione preſtamente per uno ſuo medico che

molto dotto & pratico reputaua , a Vero=

na mando.    Il quale uenuto, & ued ta,

& alquanto tocca la giouane diſſe lei eſſer

gia ſei hore per lo beuuto ueleno di queſta

uita paſſata, ilche uedendo il triſto padrein

dirottiſſimo piāto entro.   La meſta nouel

la all’infelice madre in poco ſpacio di boc-

ca in bocca peruenne.    La quale dogni ca

lore abbandonata come morta c de, & ri-

ſentita con un femminile grido quaſi fuori

d l ſenno diuenuta tutta percotendoſi chia

mando per nome l’amata figliola, empia di

lamenti il cielo dicendo.    Io ti ueggio o

mia figliola ſola requie della mia uecchuz-

za: & come me hai o crudele potuto laſcia-

re ſenza dar modo alla tua miſera madre di

udire le ultime tue parole? almen fuſs’io ſta

ta a ſerrare e tuoi begli occhi, & a lauare il

precioſo tuo corpo, come poi farmi inten=

dere queſto di te?    O carisſime donne che

a me preſenti ſete, aitatemi morire, & ſe in

uoi alcuna pieta uiue, le uoſtre mani (ſe tal

ufficio ui ſi conuiene) prima chal mio dolo-

re, mi ſpengano.     Et tu gran padre del cie

lo, poi che ſi toſto, come uorei, non poſſo

morire con la tua ſaetta togli me,a me ſteſſa

odioſa.    Coſi eſſendo d’alcuna dōna ſol

leuata, &ſoprail ſuo letto poſta,&da altre

con aſſai parole confortata non reſtaua di

piangere & dolerſi.      Dapoi tolta la gio-

uane dal loco, oue ella era,& a Verona por

tata con exequie grandi & horreuoliſſime

da tutti e ſuoi parenti & amici pianta nella

detta arca nel cimiterio di ſanto Franceſco

per morta fu ſepolta.     Hauea frate Lorē-

zo, ilquale per alcuna biſogna del mona=

ſterio poco fuori della citta era andato, la

lettera della Giulietta, che a Romeo douea

mandare, data ad un frate, che a Mantoua

andaua, il quale giunto nella citta, & eſſen-

do due| o tre uolte alla caſa di Romeo ſta=

to, ne per ſua gran ſciagura trouatolo mai

in caſa, & non uolēdo la lettera ad altri, che

a lui proprio dare, anchora in mano lhaue=

ua, quando Pietro credendo morta la ſua

madonna quaſi diſperato non trouādo fra

te Lorenzo in Verona, dilibero di portare

egli ſteſſo a Romeo coſi fatta nouella quan

to la morte della ſua dōna penſaua ch’eſſer

gli doueſſe: perche tornato la ſera fuori de

la terra al loco del ſuo patrone la notte ſe-

guente ſi uerſo Mātoua camino, che la mat

tina per tempo ui gionſe.     Ettrouato Ro

meo, che anchora dal frate la lettera della

donna riceuuta non hanea, piangendo gli

raccōto, come la Giulietta morta hauea ue

duto ſepellire, & cio che perlo adietro ella

hauea & fatto & detto, tutto gli racconto.

Ilquale queſto udēdo pallido & come mor

to diuenuto, tirata fuori la ſpadaſi uolſe fe

rire per ucciderſi: pure da molti ritenuto

diſſe. La uita mia in ogni modo piu molta

lōga eſſere nō puote, poſcia che la ppria uita

e morta. O Giulietta mia, Io ſolo ſono ſta

to della tua morte cagione, perche ( come

ſcriſſi) a leuarti dal padre non uenni, tu per

non abbādonarmi morire uoleſti.    Et io

per tema della morteuiuero ſolo?    Que-

ſto non fie mai, & a Pietro riuolto donato-

gli un bruno ueſtimento ch’egli indoſſo ha

uea diſſe, Vatene Pietro mio.    Quidi par

tito & Romeo ſolo ſerratoſi ogn’altra coſa

men triſta, che la uita parendogli, quello

che di lui ſteſſo fare doueſſe, molto penſo.

Et alla fine come cōtadino veſtitoſi, & una

guaſtadetta d’acqua diſerpe, che di buon

tempo in una ſua caſſa, per qualche ſuo bi=

ſogno ſerbato hauea: tolta:& nella man ca

meſſalaſi a uenir uerſo Verona ſi miſſe: tra

ſe penſando ouer permano della giuſtitia

(ſe trouato fuſſe) rimaner della uita priua=

to: ouero nell’arca:la quale molto ben ſapea

dou’era con la ſua donna rinchiuderſi:& iui

morire.         A queſto ultimo penſiero ſi gli

fu la fortuna fauoreuole che la ſera del di ſe

guente che la dōna era ſtata ſepellita in Ve=

rona,ſenza eſſer da perſona conoſciuto en-

tro, & aſpettata la notte, & gia ſentendo o=

gni parte di ſilentio piena uerſo il luogo di

frati minori oue l’arca era ſi riduſſe.    Era

queſta chieſa nella cittadella, oue queſti fra=

ti in quel tempo ſtauano, & auenga che da=

poi non ſo come laſſandola ueniſſero a ſta=

re nel borgo di ſan Zeno,nel luogo c’hora

ſanto Bernardino ſi noma, pure fu ella dal

proprio ſanto Franceſco gia habitata, preſ

ſo le mura della quale dal canto di fuori era

no allhora appoggiati certi auelli di pietra,

come in molti luoghi fuori delle chieſe ueg

giamo, Vno de quali antica ſepotura de tut

ti e Capelletti era;& nel quale la bella gio=

uane ſi ſtaua.    A q̃ſto accoſtataſi Romeo,

che forſe uerſo le quattro hore potea eſſe=

re, & come huomo di grā nerbo ch’egli era,

per forza il coperchio lauatogli, & con cer-

ti legni cħ ſeco portati hauea, in modo pon

tellato hauendolo, che contra ſua uoglia

chiuder non ſi potea; dentro ui entro, & lo

rinchiuſe.    Hauea ſeco il ſuenturato gio-

uane recata una lume orba per la ſua donna

alquanto uedere, laquale rinchiuſo nell,ar=

ca di ſubito tiro fuori, & aperſe.    Et iui la

ſua bella  Giulietta tra oſſa & ſtrazzi di

molti morti, comemorta uide giacere;on

de immantinenteforte piagnendo coſi co=

mincio.      Occhi ch’a gliocchi miei foſte

mentre che piacque al cielo, chiare luci,

O bocca da me mille uolte ſi dolcemēte ba-

ſciata, o bel petto chel mio cuore in tanta le

titia albergaſti, oue ciechi, muti, & freddi ui

ritrouo? Come ſanza di uoi ueggio|parlo|

o uiuo? o miſera mia donna oue ſei d’Amo

re condotta? il quale uuole, che poco ſpa=

tio due triſti amanti, & ſpinga, & alberghi.

Oime queſto non mi promiſſe la ſperanza

& quel diſio che del tuo amore prima mi ac-

ceſero.    O ſuenturata mia uita a che piu

ti reggi? Et coſi dicendo gliocchi, la boc

ca, el petto le baſciaua ogn’hora in mag=

gior pianto abondando: nel qual dicea   O

mura che ſopra a me ſtate, perche adoſſo di

me cadendo non fatte anchor piu brieue la

mia uita?  Ma pcio che la morte in liberta-

te di ogn’uno ſi uede, uiliſſima coſa ᵱ certo

e diſiarla, & nō ṕnderla. Et coſi l’āpolla che

cō lacq̃ uelenoſiſſima nella manicahauea, ti

rata fuori parlando ſegui.   Io non ſo qual

deſtĩo ſopra gli miei nemici & da me morti

nelloro ſepulchro a moriremi conduca, ma

poſcia che o anima mia preſſo alla Donna

noſtra coſi gioua il morire, hora moriamo:

Et poſtaſi a bocca la cruda acqua nel ſuo

uentre tuta la riceuete:    Dapoi preſa l’a=

mata giouane nelle braccia forte ſtringen=

dola dicea.    O bel corpo ultimo termine

di ogni mio deſio, ſ’alcun ſentimento do=

po il partir dell’anima ti ereſtaro, o ſi ella il

mio crudo morire uede,prego che non li diſ

piaccia, che non hauendo io teco potuto

lieto & paleſe uiuere, almen ſecrteo & me=

ſto io mora; & molto ſtretta tenendola la

morte āſpettaua.       Gia era giunta lhora

chel calor della giouane la fredda & potēte

uirtu della poluere doueſſe hauer extinta, &

ella ſuegliarſi.     Perche ſtretta & dimena-

ta da Romeo nelle ſue braccia ſi deſto, & ri

ſentita dopo un gran ſoſpiro diſſe.     Oim

oue ſono?  chi meſtrigne?  miſera me chi

me baſcia? & credēdo che queſto frate Lo

renzo fuſſe, grido.   A queſto modo Fra-

te ſerbate la fede a Romeo?  a queſto mo=

do mi conducerete ſicura?      Romeo la

donna uiua ſentendo ſi marauiglio forte,

& forſe di Pigmalione ricordandoſi diſſe,

Non mi conoſcete o dolce donna mia? non

uedete che io il triſto ſpoſo uoſtro ſono per

morire appo uoi da Mantoua qui ſolo & ſe

creto uenuto?        La Giulietta nel moni=

mento uedendoſi, & in braccio ad uno che

dicea eſſere Romeo, ſentendoſi, quaſi fuo=

ri di ſe ſteſſa era, & daſſe alquanto ſoſpinto

lo, & nel uiſo guatatolo mille baſcigli do=

no, & diſſe. Qual ſciochezzaui fece qua

entro & con tanto periculo entrare? Non

ui baſtaua per le mie letterehauereinteſo, co

me io con l’aiuto di frate Lorenzo fingere

morta mi douea, & che di breue ſarei ſtata

con uo?      Allhora il triſto giouane accor

to del ſuo gran fallo,incomincio.    O miſe

riſſima mia ſorte, o sfortunato Romeo, o

uia piu de tutti altri amanti doloro ſſimo,

Io, di cio uoſtre lettere non hebbi, & qui le

racconto, come Pietro la ſua non uera mor

te per uera gli diſſe; onde credendola mor=

ta hauea per farle compagnia iui preſſo lei

tolto il ueleno; il quale come acutiſſimo

ſentia, che per tutte le membra la morte gli

cominciaua mādare.       La ſuenturata fan-

ciulla queſto udendo ſi dal dolore uinta re=

ſto, che altro che le belle ſue chiome &loin-

nocente petto batterſi & ſtratiarſi fare non

ſapea, & a Romeo, che gia reſupino giacea,

baſciandolo ſpeſſo un mare delle ſue lachri

me gli ſpargea ſopra, & eſſendo piu pallida

che la cenere diuenuta tutta tremante diſſe.

Dunque nella mia preſenza & per mia ca=

gione douete Signor mio morire? & il cie

lo concedera che dopo uoi, benche poco io

uiua, miſera me almeno a uoi la n ia uita po

teſſi donare, & ſola morire,    Alla quale

il giouane con uoce languida riſpoſe.    Se

la mia fede, e’l mio amore mai caro ui fu ui=

ua ſpeme mia, per quello ui prego, che do=

po me non ui ſpiaccia la uita ſe non per altra

cagione almen per poter penſare di cui della

uoſtra bellezza tutto ardente dinanzi a i bei

uoſtri occhi ſi more.     A queſto riſpoſe la

donna,    Se uoi per la mia finta morte mo

rite, che debb’io per la uoſtra non finta fa=

re?   Dogliomi ſolo che dinanzi a uoi non

habbia il modo di morire, & a me ſteſſa, per

cio che tanto uiuo, odio porto:    Ma Io

ſpero ben che non paſſera molto, che come

ſon ſtata cagione, coſi ſaro della uoſtra mor

te compagna; & con gran fatica queſte pa=

role finite tramortita ſi cade, & riſentitaſi an

daua dapoi miſeramēte con la bella bocca

gli eſtremi ſpirti del ſuo caro amante racco-

glendo, il quale uerſo il ſuo fine a gran paſ=

ſo caminaua.    In queſto tempo frate Lo=

renzo inteſo come & quando la giouane la

poluere beuuta haueſſe, & che per mortaera

ſtata ſepellita; & ſapendo il termine eſſer

giunto, nel quale la detta poluere la ſua uir=

tu finia, preſo uno ſuo fidato compagno

forſe un’hora innanti il giorno all’arca uen

ne.     Alla quale giugnendo, & ella pia=

gnere & dolerſi udendo, per la feſſa del co=

perchio mirando, & un lume dentro ueden-

doui merauigliatoſi forte penſo che la gio=

uane a qualche guiſa la lucerna con eſſa lei

iui entro portata haueſſe, & che ſuegliata

per tema di alcun morto, o forſe di non ſtar

ſempre in quel loco rinchiuſa, ſi rimaricaſſe

& piangeſſe in tal modo: & con l’aita del

compagno preſtamente aperta la ſepoltura

uide la Giulietta, la q̃le tutta ſcapigliata &

dolēte s’era in ſedere leuata & il quaſi mor=

to Amante nel ſuo grembo recato ſ’hauea;

alla quale egli diſſe.      Dunque temeui fi

gliola mia che io qui dentro ti laſciaſſe mo-

rire?      Et ella il frate udendo, & il pianto

raddoppiando riſpoſe.          Anzi temo io,

che uoi con la mia uita me ne traggiate;

Deh per la pieta di Dio riſerrate il ſepol-

chro, & andateuene in guiſa, che io mora,

ouero porgetimi un coltello, che io nel mio

petto ferendo di doglia mi traga.       O Pa-

dre mio o padremio ben mandaſte la lettera?

Ben ſaro io maritata?  ben mi guidarete a

Romeo.          Vedetelo qui nel mio grem

bo gia morto: & raccontādogli tutto il fat-

to a lui il moſtro.      Frate Lorenzo queſte

coſe ſentendo come inſenſato ſi ſtaua,& mi

rando il giouane: il quale per paſſare di que

ſta allaltra uita era, coſi dicendo˙      O Ro

meo qual ſciagura mi t’ha tolto? Parlami

alquanto? drizza a me un poco gli occhi

tuoi?        O Romeo uedi la tua  cariſſima

Giulietta che ti priega che la miri; perche

non riſpōdi? almeno aldi, nel cui bel grem

bo ti giacci?         Romeo al caro nome de

lla ſua Donna alzo alquanto gli languidi oc

chi dalla uicina morte grauati, & uedutala

gli rinciuſe; & poco dapoi per le ſue mem=

bra la morte diſcorrendo, tutto torcendoſi

fatto un brieue ſoſpiro ſi mori.       Morto

nella guiſa, che diuiſato ui ho il miſero amā

te da poi molto pianto gia uicinandoſi il

giorno diſſe il frate alla giouane.    Et tu

Giulietta che farai? la qual toſtamente ri-

ſpoſe.       Morromi qui entro.     Come fi

glia mia diſſ’egli non dire queſto, eſci pur

fuori, che (quantunque io non ſapia che far

mi di te)pur non ti manchera il richiuder-

ti in qualcħ ſanto Monaſterio, & iui pregar

ſempre Dio per te & per lo morto tuo ſpo=

ſo, ſe biſogno ne ha.    Al qual diſſe la don

na.          Padre altro non ui dimando che

queſta gratia,la quale perlo amore, che uoi

alla felice memoria di coſtui portaſte, & mo

ſtrogli Romeo, mi farete uolentieri, & que

ſto fia, di non far mai paleſe la| noſtra mor=

te; accio che gli noſtri corpi poſſano inſi=

eme ſempre in queſto ſepolchro ſtare: & ſe

per caſo il morir noſtro ſi riſapeſſe, per lo

gia detto amore ui prego, che gli noſtri mi-

ſeri padri in nome de ambo noi uogliate

pregare, che quelli, gli qualiAmore in uno

iſteſſo foco, & ad una iſteſſa morte arſe &

guido,non ſia loro graue in uno iſteſſo ſe=

polchro laſciare.     Et uoltataſi al giacen=

te corpo di Romeo,il cui capo ſopra uno o-

rigliere, che con lei nell’arca era ſtato laſcia

to, poſto hauea gli occhi meglio rinchiuſi

hauendogli & di lachrime il freddo uolto

bagnandogli diſſe.    Che debbio ſenza te

in uita piu fareSignor mio? & che altro mi

reſta uerſo te, ſenō con la mia morte ſeguir

ti? niente altro certo . accio che da te dal

qual,ſolo la morte mi potea ſeparare, eſſa

morte ſeparare non mi poſſa.       Et detto

queſto la ſua gran ſciagura nell’animo reca-

taſi &la perdita del caro Amante ricordan-

doſi diliberando di piu non uiuere raccolto

aſſe il fiato & alquanto tenutolo, & poſcia

con un gran grido fuori mandando ſopra

il morto corpo morta ſi reſe.      Frate Lo

renzo dapoi che la giouane morta conobbe

per molta pieta tutto ſtordito non ſapea e=

gli ſteſſo conſigliarſi,& inſieme co’l compa

gno dal dolore fino nel core paſſato ſopra

e morti amanti piangea.      Quando ecco

la famiglia del Podeſta,che dietro alcun la

dro correa, ui ſopragionſe; & trouatigli

piangereſopra queſto auello,nel quale una

lucerna uedeano,quaſi tutti la corſono: &

tolti fra lor gli frati diſſero.        Che fate

qui Dominia queſta hora?   fareſte forſe

qualchemalia ſopra queſto ſepolchro?Fra

te Lorenzo ueduti gli ufficiali, & uditigli,

& riconoſciutogli, haria uoluto eſſere ſtato

morto,pur diſſe loro.          Neſſuno di uoi

mi s’accoſti,percio cheio uoſtro homo non

ſono, & ſe alcuna coſa uolete,chiedetela di

lontano.         Allhora diſſe il loro capo.

Noi uogliamo ſapere,perche coſi la Sepol-

tura de Capelletti aperta habbiate,oue pur

laltr’heri ſi ſepelli una giouaneloro;   &ſe

non che io conoſco uoi frateLorenzo huo=

mo di buona conditione, io direi, che ſpo=

gliare gli morti foſte qui uenuti.    Gli fra=

ti ſpento il lumeriſpoſero.     Quel che noi

facciamo, non ſaperai, che a te di ſaperlo

non appartiene.    Riſpoſe colui.     Vero

e; ma dirolo al ſignore.     Al quale Frate

Lorenzo per diſperationefatto ſicuro ſog=

gionſe.      Di a tua poſta, & ſerrata la Se-

poltura co’l compagno entro nella chieſa.

Il giorno quaſi chiaro ſi moſtraua,quādo e

frati dalla sbiraglia ſi sbrigarono: onde di

loro fu,che ſubito ad alcun de Capelletti la

nouella di queſti frati rapporto. I quali ſa=

pendo forſe ancho frate Lorenzo amico di

Romeo, Furon ṕſto innāzi al Signore pre=

gandolo  che per forza , ſenon altrimenti

uoleſſe dal Frateſapere quello,che nella lo

ro ſepoltura cercaua.       Il Signore poſte

le guardie chel Frate partire non ſi poteſſe:

mando per lui, Il quale per forza uenuto=

gli dinanzi diſſe il ſignore.    Che cercaua

te iſtamane nella ſepoltura de Capelletti?

diteloci, che noi in ogni guiſa lo uogliamo

ſapere/       Al qual riſpoſe il frate.       Si=

gnor mio io il diro a uoſtra ſignoria molto

uolentieri.   Io confeſſai gia uiuendo la fi=

gliuola di Meſſer Antonio Capelletti, che

laltro giorno coſi ſtranamente mori : &

percio che molto come figliuola di ſpirito

l’amai, non alle ſue eſſequie eſſendomi po=

tuto ritrouare, era andato addirle ſopra cer

te ſorte di orarioni, le quali nuoue uolte ſo=

ura il morto corpo dette liberano l’anima

dalle pene del Purgatorio: & percio che po

chi le ſanno, o queſte coſe intendeno, dico

no e ſciocchi, che io per ſpogliar morti era

iui andato. non ſo ſe Io ſia qualche maſna-

diero da far queſte coſe: a me baſta queſta

poca di cappa & queſto cordone, ne darei

di quanto theſoro hanno e uiui un niente,

nō che de pāni di due morti:male fanno chi

mi biaſmano in queſta guiſa.       Il Signore

harria per poco queſto creduto, ſenon che

molti Frati, i quali male gli uoleuano, in=

tendendo come frate Lorenzo era ſtato tro

uato ſopra quella Sepoltura la uolſero apri

re; & aperrala, & il corpo del morto aman

te dentro trouatole di ſubito con grandisſi-

mo rumore alSignore,che anchora co’l fra

te parlaua, fu detto come nella Sepoltura

de Capelletti, ſopra la quale il Frate la no-

tte fu colto, giacea morto Romeo Montec

chi.      Queſto parue a ciaſcuno quaſi im-

poſſibile, & ſomma marauiglia a tutti ap-

porto.       Il che udendo frate Lorēzo, &

conoſcendo non poter piu naſcondere quel

lo, che diſiaua di celare: in genocchioni di

nanzi al Signore poſtoſi diſſe.           Perdo

natemi Signore mio ſe a uoſtra Signoria la

bugia di quello,che ella m’ha richieſto disſi;

che cio non fu per malitia ne per guadagno

alcuno, ma per’ ſeruare la promeſſa fede a

due miſeri & morti amanti.     Et coſi tutta

la paſſata hiſtoria fu aſtretto preſenti mol=

ti raccontargli.             Bartholomeo dalla

Scala queſto udendo da gran pieta quaſi

moſſo a piangere uolſe gli morti corpi egli

ſteſſo uedere ;  & con grandisſima quātita

di popolo al Sepolchro ſe n’ando: & trat=

to gli due Amanti,nella chieſa di ſanto Fran

ceſco ſopra due tapeti gli fe porre           In

queſto tempo gli Padri loro nella detta chie

ſa uennero , & ſopra loro morti figli pian=

gendo da doppia pieta uinti(auegna che ini

mici fuſſero)ſi abbracciorono , i modo che

la longa nimiſta tra esſi, & tra le loro caſe

ſtata: & che ne prieghi d’amici, ne minac=

cie del Signore, ne danni riceuuti, nel tem=

po hauea potuto eſtinguere, per la miſera

& pietoſa morte di queſti Amanti hebbe fi-

ne.              Et ordinato un bel monimento,

ſopra’l quale la cagione della lor morte in

pochi giorni ſcolpita era,    Gli due Aman

ti con pompa grandisſima & ſolenne dal Si

gnore, & da loro parenti, & da tutta la Cit-

ta pianti &accompagnati ſepolti furono.

Tal miſero fine hebbe l’amore di Romeo

& Giulietta come udito hauete, & come a

me Pellegrino da Verona racconto.

O fedel pieta che nelle donne anticamente

regnaui, oue hora ſe ita? in qual petto hog

gi t’alberghi? Qual donna farebbe al pre

ſente come la fedel Giulietta fece ſopra il

ſuo Amante morto?     Quādo fie mai che

di queſta il bel nome dalle piu pronte l n=

gue celebrato non ſia?     Quante ne ſaria=

no hora, che non prima lamante morto ue=

duto harebbono, che trouarne un’altro ſi

harriano penſato : non che elle gli foſſero

morteallato. che ſio ueggio,contr’ogni de

bito di ragione,ogni fede& ogni ben ſerui

re obliando alcuneDonne, quegli amanti,

che gia piu cari hebbeno,non morti ma al

quanto dalla fortuna percoſi abbādonare.

Che ſi dee credere cheeſſefaceſſero dopo la

loro morte.         Miſeri gli Amanti di que=

ſta eta,gli quali non poſſono ſperare ne per

longa proua di fedelſeruire,ne la morte per

le loro  Donne acquiſtando , che elle con

eſſo loro moiano giamai, Anzi certi ſono

dipiu oltra a quelle eſſere cariſenon quan=

to alle loro biſogne gli poſſonogagliarda=

mente operare.

 

           A  B  C  D     Quaderni.

 

   ℂ Qui Finiſſelo infelice Innamoramen=

      to di Romeo Mōtecchi & di Giuliet-

             ta Capelletti.Stampato in Ve

                 netia per Benedetto de

                     Bendoni.  adi.  x.

                             Giugno.

              M     D     X    X     X    V .

 

                      {illustration}

                                  

                                N O V E L L A.

 

NEL tempo che Bartholomeo dalla Scala Signore corteʃe et

    humaniʃʃimo il freno alla mia bella patria, et ringeua,

    et rallentaua; furono in lei( ʃecondo, che il mio padre di-

    ceuahauer udito) due nobiliʃsime famiglie,per contraria fat

    tione, ouer per particolare odio tra ʃe nimiche, l’una i

    Montecchi, et l’altra i Cappelletti nomata. dell’una delle

    quali ʃi crede certo eʃʃere quei, che hora in Vdine di=

   morano, cio è meʃʃer Nicolo, et meʃʃer Giouanni hora

   detti Monticoli, di Verona per rano caʃo quiui.uenuti

   ad habitare: benche poco altro di quello de gli antichi ʃe=

   co habbiano in queo luogo recato, fuor che la lor cor=

   teʃe gentilezza. Et auegna che io alcune uecchie coʃe leg=

   gendo habbia trouato, come quee due famiglie unite cac=

   ciarono Azzo da Ei gouernator della detta terra, che col

   fauor de ʃan Bonifaci poʃcia ui ritornò; non dimeno, ʃi co=

   me io le udì, ʃenza altramente mutarla a uoi la ʃporro.

Furono adunque come io dico in Verona ʃotto il gia detto Signo

  re le ʃopradette famiglie, di ualoroʃi huomini e: di ricchez=

  za ugualmente dal Cielo et dalli fortuna dotate; tralle qua

  li; come il piu delle uolte tralle. gran caʃe ʃi uede auenire;

  che che la cagione ʃe ne foʃʃe; crudeliʃsima nimià regnaua.

  per laquale gia piu huomini erano coʃi dell’una come dell’al

  tra morti, inguiʃa, che tra per ianchezza, et per le mi=

  naccie del Signore; che con diʃpiacere grandiʃsimo le uede=

  ua nimiche; di farʃi piu male ritratte s’erano, et ʃenza al=

  tra pace col tempo in modo domeicate; che gran parte de

  loro huomini inʃieme parlauano. Eʃʃendo coʃi cooro quaʃi

  rappacificati; auenne un carnaʃciale che in caʃa di meʃʃere

  Antonio Cappelletti huomo feoʃo et piaceuoliʃsimo; ilqua=

  le il primo della famiglia era; molte fee ʃi fecero et di

  giorno, et di notte: oue quaʃi tutta la citta concorreua.

  Ad una dellequali una notte (come è de gli amanti cou=

  me) che le lor donne, ʃi come col cuore, coʃi ancho col

  corpo (pur che poʃʃano) ouunque uanno ʃeguono; un gioua=

  ne de Montecchi una ʃua crudel donna ʃeguendo ʃi con=

  duʃʃe. Era coui giouane molto, et belliʃsimo, et grande

  della perʃona, leggiadro et accoumato aʃʃai: perche trattaʃi

  la Maʃchera, come ogni altro faceua, et in habito di donna

  trouandoʃi, non fu quiui occhio, che a rimirarlo non ʃi ri=

  uolgeʃʃe, ʃi per la ʃua bellezza; che quella di qualunque

  bella donna, che quiui foʃʃe aguagliaua; et ʃi per maraui=

  glia, che in quella caʃa (maʃsimamente la notte) uenuto foʃ

  ʃe. Ma con piu efficacia che ad alcuno altro, ad una fi=

  gliuola del detto meʃʃere Antonio uenne ueduto, che egli

  ʃola haueua; et laquale belliʃsima, et baldanzoʃa, et leg=

  giadriʃʃima era. Coei ueduto il giouane con tanta for=

  za nell’animo la ʃua bellezza riceuette; che al primo in=

  contro de loro occhi di piu non eʃʃer di ʃe medeʃima le

  parue. Stauaʃi coui in ripoa parte della fea con poca

  baldanza tutto ʃolo; et rade uolte in ballo, o in parla=

  mento alcuno ʃi trametteua; come quegli, che d’amore

  guidatoui con molto ʃoʃpetto ui aua. il che alla giouane

  forte doleua: percioche piaceuoliʃsimo udiua che egli era,

  et gratioʃo. Et paʃʃando la mezza notte, et il fine del

  feeggiare uenendo, il ballo del Torchio, o del Cappello,

  come dire il uogliamo, et che tutto di nella fine delle fe=

  e ueggiamo uʃare; ʃ’incominciò. nel quale in cerchio an=

  doʃi l’huomo la donna, et la donna l’huomo a ʃua uoglia

  permutando ʃi piglia. In quea danza d’alcuna donna fu il

  giouane leuato: ilquale dapoi a caʃo preʃʃo la gia inna =

  morata fanciulla s’ando a porre . Era dall’altro canto di

  lei un nobil giouane Marcuccio guercio nominato: il quale

  per natura coʃi il Luglio, come il Genaio, le mani ʃempre

  frediʃʃime haueua: perche giunto Romeo Montecchi (che

  coʃi era il giouane nomato) almanco lato della donna, et

  come in tal ballo s’uʃa di fare, la bella ʃua mano in man

  preʃa, diʃʃe allui quaʃi di ʃubito la giouane, forʃe uaga di

  udirlo fauellare: Sia benedetta la uora uenuta qui preʃʃo

  me, meʃʃer Romeo; allaquale il giouane, che gia del ʃuo

  mirare accorto s’era, marauigliato del parlar di lei diʃʃe.

  Come madonna benedetta la mia uenuta? Et ella riʃpoʃe sì,

  benedetto il uoro uenire qui appo me, percioche uoi almen

  quea ʃinira mano calda mi terrete, la doue Marcuccio la

  dera m’agghiaccia. Coui preʃo alquanto d’ardire ʃeguì.

  Se io a uoi con la mia mano la uora riʃcaldo; uoi co

  be uori occhi il mio cuore accendete. La donna dopo un

  brieue ʃorriʃo ʃchifando d’eßer con lui ueduta, o udita

  ragionare anchor gli diße. Io ui giuro la mia fede Ro=

  meo, che non è qui donna, laquale a gliocchi mei bel=

  la paia, quanto uoi. il giouane gia tutto di lei acceʃo ri=

  ʃpoʃe: Quale io mi ʃia ʃaro alla uora bellezza ʃe a

  quella non ʃpiacera , ʃempre fedel ʃeruo. Laʃciato poco ap

  preßo il feeggiare, et tornato Romeo alla ʃua caʃa, con=

  ʃiderata la crudelta della primiera ʃua donna, che di mol

  to languire poca mercede gli donaua, deliberò quando a

  coei ciò foße in grado, quantunque de ʃuoi nimici di=

  ʃceʃa, tutto donarʃi. Dall’altro canto poco ad altro che

  allui ʃempre penʃando la giouane, dopo molti ʃoʃpiri tra

  ʃe iimò, lei douer ʃempre felice eßere; ʃe coui per

  iʃpoʃo hauer poteße. Ma per la nimià, che trall’una et

  l’altra caʃa era, con molta paura poca ʃpeme di giunge=

  re a ʃi lieto grado teneua; onde fra due penʃieri di con=

  tinuo uiuendo a ʃe eßa piu uolte diße: O ʃciocca me

  a qual uaghezza mi laʃcio io in coʃi rano labirintho gui=

  dare; oue ʃenza ʃcorta reando uʃcire a mia poa non ne

  potro ? gia che Romeo Montecchi non m’ama: percioche

  per la nimià, che ha  co miei, altro che la mia uergo=

  gna non puo cercare. Et poo che per iʃpoʃa egli   me

  uoleße; il padre mio di darglimi non conʃentira gia mai.

  Dapoi nell’altro penʃiero uenendo diceua: chi ʃa? forʃe

  che per meglio rappacificarʃi inʃieme quee due caʃe; che

  gia anche et ʃatie ʃono di farʃi trallor piu guerra; mi

  potrebbe anchora uenir fatto d’hauerlo in quella guiʃa,

  che io lo diʃidero. Et in queo fermataʃi cominciò eßer=

  gli d’alcun guardo corteʃe. Acceʃi dunque i due aman=

  ti di ugual fuoco, l’un dell’altro il bel nome et la effi=

  gie nel petto ʃcolpita portando dier principio, quando in

  chieʃa, quando a qualche finera a uagheggiarʃi intanto;

  che mai bene ne l’uno ne l’altro haueua, ʃenon quanto

  ʃi uedeuano . Et egli maʃsimamente, ʃi de uaghi cou=

  mi di lei acceʃo ʃi ritrouaua; che quaʃi tutta la notte con

  grandiʃʃimo pericolo della ʃua uita, ʃe ato ui foße tro=

  uato , dinanzi alla caʃa dell’amata donna ʃolo ʃi aua;

  et hora ʃopra la finera della ʃua camera per forza ti=

  ratoʃi, iui ʃenza che ella o altri il ʃapeße ad udirla par

  lare ʃi ʃedeua; et hora ʃopra la rada giaceua. Auenne

  una notte, come Amor uolle , la Luna piu del ʃolito ri=

  lucendo; che mentre Romeo era per ʃalire ʃopra il detto

  balcone, la giouane (o che cio a caʃo foße, o che l’altre

  ʃere ʃentito l’haueße)ad aprire quella fenera uenne; et

  fattaʃi fuori il uide: ilquale credendo, che non ella, ma qual

  che altro il balcone apriße; nell’ombra d’alcun muro fuggir

  uoleua : onde ella conoʃciutolo , et per nome chiamatolo

  gli diße; Che fate qui a quea hotta coʃi ʃolo? et egli

  gia racconoʃciuta hauendola riʃpoʃe: Quello che amor uuo

  le . Et  ʃe  uoi ci foe  colto , diße  la  donna , non potree

  uoi morirci di leggiero ? Madonna riʃpoʃe Romeo ʃi ben

  che io ui potrei ageuolmente morire; et ci morrò di certo

  una notte, ʃe uoi non m’aitate . ma percioche io ʃono an=

  chora in ogni altro luogo coʃi preßo alla morte, come qui;

  procaccio di morir piu uicino alla perʃona uora, che io

  poʃʃa; con laqual di uiuer ʃempre bramerei; quando al

  Cielo et a uoi piaceʃʃe. Allequai parole la giouane riʃpoʃe.

  Da me non rimarrà mai, che uoi meco honeamente non

  uiuiate, non reaʃʃe egli piu da uoi, o dalla nimià; che

  tralla uora et la mia caʃa ueggo. A cui il giouane diʃʃe:

  Voi potete credere, che piu non ʃi poʃʃa bramar coʃa di

  quello; che io uoi di continuo bramo; et percio quando

  a uoi ʃola piaccia di eʃʃere coʃi mia, come io d’eʃʃer uo=

  ro diʃidero; io il faro uolentieri: ne temo che alcun mi

  ui tolga gia mai: et detto queo, meʃʃo ordine di parlarʃi

  unaltra notte con piu ripoʃo , ciaʃcun del luogo oue era

  ʃi dipartì. Dapoi andato il giouane piu uolte per parlar=

  le , una ʃera che molta neue cadeua, all’uʃato luogo la

  ritrouò, et diʃʃele: Deh perche mi fate languire? non ui

  ringe pieta di me, che tutte notti in coʃi fatti tempi ʃo=

  pra quea rada u’aʃpetto? alquale la donna diʃʃe: Cer=

  to ʃi, che uoi mi fate pieta : ma che uorree che io faceʃ=

  ʃi ʃenon pregarui che ue ne andae? allaqual fu dal gio=

  uane riʃpoo: che uoi mi laʃciae nella camera uora en

  trare; oue potremmo piu agiatamente parlare inʃieme. Al=

  lhora la bella donna quaʃi ʃdegnendo diʃʃe : Romeo io

  tanto u’amo, quanto ʃi poʃʃa perʃona lecitamente amare;

  et piu  ui concedo , di quel che alla mia  honeà non ʃi

  conuerrebbe: et queo fo io d’amore col ualor uoro uin

  ta. Ma ʃe uoi penʃae o per lungo uagheggiarmi, o per

  altro modo, piu oltre come innamorato, dell’amor mio go

  dere; queo penʃiero in tutto laʃciate da parte: che alla fi

  ne in tutto uano il trouarete. et per non tenerui piu ne pe-

  ricoli; ne quali ueggo eʃʃere la uita uora uenendo ogni

  notte per quee  contrade ; ui dico , che quando a uoi

  piaccia d’accettarmi per uora donna; che io ʃon pre=

  a a darmiui tutta; et con uoi in ogni luogo, che ui ʃia in

  piacere, ʃenza alcun riʃpetto uenire. Queo ʃolo bramo

  io , diße  il  giouane : facciaʃi hora .  Facciaʃi riʃpoʃe la

  donna: ma rifacciamolo poʃcia nella preʃenza di frate

  Lorenzo da ʃan Franceʃco mio confeʃʃore;ʃe uolete, che io

  in tutto  et contenta mi  ui  dia .  O , diʃʃe  allei Romeo,

  dunque frate Lorenzo da Reggio è quel, che ogni ʃe=

  creto del cuore uoro ʃa? ʃi, diʃʃe ella; et ʃerbiʃi per

  mia ʃodisfattione a fare ogni nora coʃa dinanzi allui.

  Et quiui poo diʃcreto modo alle lor coʃe, l’un dall’altro

  ʃi dipartì. Era queo frate dellordine minore Philoʃopho

  grande ,  et ʃcientiato di molte coʃe ,  coʃi naturali come

  magiche ; et in tanta amià con Romeo era  che la piu

  retta forʃe in que tempi tra due non ʃi ʃarebbe ritroua=

  ta .  Percioche  uolendo il frate ad un tratto et in buo=

  na openione del ʃciocco uolgo eʃʃere, et di qualche ʃuo

  diletto fruire; gli era conuenuto per forza d’alcun genti=

  le huomo della città  fidarʃi; tra quali egli queo Romeo

  giouane temuto animoʃo et prudente haueua eletto; et allui

  il ʃuo cuore , che  a tutti  gli altri fingendo teneua celato ,

  nudo ʃcoperto haueua. Perche trouatolo, Romeo libera=

  mente gli diʃʃe , come egli deʃideraua d’hauere l’amata

  giouane per donna; et che inʃieme haueuano conituito,

  lui ʃolo douere eʃʃere ʃecreto teimonio delle lor nozze,

  et poʃcia mezzano a douer fare, chel padre di lei a que=

  o  d’accordo conʃentiʃʃe . Il frate di ciò contento  fu;

  ʃi perche a Romeo niuna coʃa harebbe ʃenza ʃuo gran

  danno potuta negare; ʃi ancho perche penʃaua; che for=

  ʃe per mezzo ʃuo ʃarebbe quea coʃa a bene ʃucceduta:

  il che allui di molto honore harebbe dato appo il Signore et

  ogni altro, che haueʃʃe diʃiderato quee due caʃe uedere

  in pace. Et eʃʃendo la quareʃima la giouane un giorno fin=

  gendo di uolerʃi confeʃʃare, al monierio di ʃan France=

  ʃco andata, et in un di que confeʃʃori, che tali frati et maʃ=

  ʃimamente gli oʃʃeruanti anchora uʃano, entrata, fece fra=

  te Lorenzo dimandare. ilquale iui ʃentendola per di dentro

  al conuento inʃieme con Romeo nel medeʃimo confeʃʃoro en=

  trato, et ʃerrato l’uʃcio, una lama di ferro tutta forata; che

  tralla giouane et eʃsi era, leuata uia, diʃʃe allei: Io ui ʃo

  glio ʃempre ueder uolentieri figliuola: ma hor piu che mai

  qui cara mi ʃete : ʃe coʃi è , che il mio meʃʃer Romeo per

  uoro marito uogliate .  Alquale ella riʃpoʃe. Niuna altra

  coʃa piu diʃidero; che d’eʃʃer legitimamente ʃua: et perciò

  ʃono io qui dinanzi al cońʃpetto uoro uenuta, del qual

  molto mi fido; accioche uoi inʃieme con Iddio a quello, che

  d’amore aretta uengo a fare, teimonio ʃiate. Allhora in

  preʃenza del frate, che’l tutto in confeʃsione diceua accet=

  tare, per parola di preʃente Romeo la bella giouane ʃpo=

  ʃò; et dato trallòro ordine d’eʃʃer la ʃequente notte inʃieme,

  baʃciatiʃi una ʃola uolta, dal frate ʃi dipartirono: ilqual ri

  meʃʃa nel muro la ʃua rete, ad altre donne confeʃʃare ʃi

  rimaʃe . Diuenuti i due amanti nella guiʃa , che udito ha=

  uete, ʃecretamente marito et moglie, piu notti del loro amo=

  re felicemente goderono , aʃpettando col tempo di trouar

  modo; per loquale il padre della donna, che a lor diʃide=

  rij contrario eʃʃere ʃapeuano, ʃi poteße placare. Et coʃi an=

  do interuenne, che la fortuna d’ogni mondano, diletto ni=

  mica, non ʃo qual maluagio ʃeme ʃpargendo fece tralle lor

  caʃe la gia quaʃi morta nimià rinuerdire in modo; che

  piu giorni le coʃe ʃotto ʃopra andando ne Montecchi a Cap

  pelletti , ne  Cappelletti a Montecchi ceder uolendo, nel=

  la uia del corʃo ʃ’attaccorono una; uolta inʃieme: oue com=

  battendo Romeo, et alla ʃua donna riʃpetto hauendo, di per=

  cuotere  alcun  della  ʃua  caʃʃi  guardaua ; pure  alla  fi=

  ne eʃʃendo molti de ʃuoi feriti; et quaʃi tutti della ra=

  da cacciati, uinto dalla ira ʃopra Thebaldo Cappelletti

  corʃo ; che il piu  fiero de  ʃuoi nemici pareua;  d’un ʃol

  colpo morto il dieʃe; et gli altri, che gia per la morte

  di coui erano come ʃmarriti, in grandiʃsima fuga riuol=

  ʃe. Era gia ato Romeo ueduto ferire Thebaldo in modo,

  che l’homicidio celare non ʃi poteua: onde data la quere=

  la dinanzi al Signore, ciaʃcun de Cappelletti ʃolamente ʃopra

  Romeo gridaua . perche dalla Giuitia , di Verona in per=

  petuo bandito fu. Hor di qual core quee coʃe udendo la

  miʃera giouane diueniʃʃe ; ciaʃcuna, che bene ami; nel ʃuo

  caʃo col penʃier ponendoʃi il puo di leggieri conʃiderare.

  Ella di continuo ʃi forte piagnea; che niun la poteua rac=

  conʃolare: et tanto era piu acerbo il ʃuo dolore ; quan=

  to meno con perʃona alcuna il ʃuo male ʃcoprire ardiua.

  Dall’altra parte al giouane ʃolo per riʃpetto della donna

  il partirʃi della ʃua patria grauaua: ne uolendoʃene per

  coʃa alcuna partire ʃenza torre dallei commiato; et in ca

  ʃa ʃua andare non potendo, al frate ricorʃe: alquale che

  ella uenir  doueʃʃe , per  un  ʃeruo  del  ʃuo  padre  mol=

  to  amico di Romeo fu   fatto ʃapere : et  ella ui   ʃi con=

  duʃʃe. Et andati amendue nel confeʃʃoro aʃʃai la lor ʃcia=

  gura inʃieme pianʃero , pure alla fine diʃʃe ella allui:

  che faro io ʃenza di uoi? di piu poter uiuere non mi

  da il cuore. meglio ʃarebbe che io con uoi ouunque ue

  ne andae, mi ueniʃsi. io mi accorciero quee chiome ;

  et come ʃeruo ui uerrò dietro: ne da altro meglio o piu

  fedelmente, che da me, potrete eʃʃer ʃeruito. Non piac=

  cia a Dio anima mia cara; che quando meco uenir do=

  uee, in altra guiʃa che in luogo di mia Donna ui menaʃ=

  ʃi ;  diʃʃe allei   Romeo . Ma  percioche  io  ʃon   certo  che

  le coʃe non poʃʃano lungamente in queo modo are, anzi

  che la  pace  tra nori  habbia a ʃeguire  ;  onde anchora

  io la gratia del Signore di leggieri impetrarei; intendo

  che uoi ʃenza me per alcun giorno ui reiate : et po =

  o che le coʃe ʃecondo che io diuiʃo non ʃuccedeʃʃeno;

  altro partito al uiuer noro ʃi prendera. Et queo de=

  liberato tralloro, abbracciatiʃi, et baʃciatiʃi mille uolte,

  la donna ciaʃcun di lor piagnendo ʃi dipartì; pregando=

  lo aʃʃai, che piu uicino, che egli poteʃʃe, le uoleʃʃe a=

  re ; et non a Roma o a Firenze , come detto haueua ,

  andarʃene. Iui a pochi giorni Romeo, che nel moniero di

  frate Lorenzo era fino allhora ato naʃcoo, ʃi dipartì;

  et a Mantoua come morto ʃi riduʃʃe; hauendo primie=

  ramente  detto al  ʃeruo de la donna,  che cioche di lui

  intorno al fatto di lei in caʃa ʃua udiʃʃe, al frate fa=

  ceʃʃe di ʃubito intendere; et ogni coʃa operaʃʃe di quel,

  che la giouane gli comandaʃʃe con uera fede; ʃe il ri=

  manente del guiderdone promeʃʃogli diʃideraua d’haue=

  re. Partito di molti giorni Romeo, et la giouane ʃem=

  pre lagrimoʃa morandoʃi; il che la ʃua gran bellezza

  faceua mancare; le fu piu fiate dalla madre, che tenera=

  mente l’amaua, con luʃingheuol parole addimandato, qual

  foʃʃe di queo ʃuo pianto la cagione, dicendole; O fi=

  gliuola mia da me al pari della mia uita amata qual

  doglia da poco in qua ti tormenta? onde è, che tu in

  brieue ʃpatio ʃenza pianto non iai; che ʃempre ʃi lie=

  ta eʃʃer ʃoleui? ʃe forʃe alcuna coʃa brami; falla a me

  ʃola paleʃe: che di tutto, purche lecito ʃia, ti faro con=

  ʃolata: non di meno ʃempre deboli ragioni di tal pian=

  to dalla giouane rendute le furono. onde penʃando la

  madre; che in lei uiueʃʃe diʃio d hauer marito; il quale

  per uergogna, o per tema tenuto celato il ʃuo pianto ge

  neraße; un giorno credendo la ʃalute della figliuola cer

  care, et la morte procacciandole, col marito diße: Meße=

  re Antonio io ueggo gia molti giorni quea nora fan=

  ciulla ʃempre piagnere in modo: che ella (come uoi po=

  tete uedere) quella, che eßer ʃoleua, piu non pare: et

  auenga che io molto l’habbia della cagion del ʃuo pian=

  to eßaminata; onde egli uenga, dallei percio ritrarre non

  poßo : ne da che proceda , ʃapere  io da me eßa dire;

  ʃe forʃe per uoglia di maritarʃi; laqual, come ʃaggia fan=

  ciulla, non oʃaʃʃe far paleʃe; ciò non aueniʃʃe. Onde pri

  ma che ella piu ʃi conʃumaʃʃe , direi che foʃʃe buono dar=

  le marito; che ogni modo ella diciotto anni, quea ʃanta Eu

  phemia fornì: et le donne, come quei anni di molto trap=

  paʃʃano, perdono piu too che no, della loro bellezza.

  Oltra che elle non ʃono mercatantia da tener molto in ca=

  ʃa: quantunque io la nora in ueruno atto ueramente non co

  noʃceʃsi mai altro, che honeiʃsima. la dote ʃo io che ha=

  uete gia piu di apparecchiata: ueggiamo dunque di darle

  condeceuole marito. Meʃʃer Antonio riʃpoʃe, che ʃaria

  ben fatto il maritarla. et commendò molto la figliuola;

  che hauendo queo diʃio, uoleʃʃe prima fra ʃe eʃʃa affli=

  gerʃene; che allui, o alla madre richiea farne: et fra po=

  chi di cominciò con un de conti da Lodrone trattar le nozze:

  et gia quaʃi per conchiuderle eʃʃendo ,  la madre   credendo

  alla figliuola grandiʃʃimo piacer fare le diʃʃe: Rallegrati

  hoggimai figliuola mia; che uon guari di tempo paʃʃerà,

  che tu ʃarai ad un gentilhuomo degnamente maritata: et

  ceʃʃera la cagion del tuo pianto: laquale auenga che tu non

  m’habbia uoluto dire; pur per gratia di Dio l’ho compre=

  ʃa: et coʃi col tuo padre ho io operato, che ʃarai contenta.

  Allequai parole la bella giouane non potè ritenere il pianto:

  onde la madre allei diʃʃe  :  Credi che  io ti dica  bugia ?

  non paßaranno otto giorni, che tu ʃerai d’un bel donzello

  della caʃa di Lodrone moglie. La giouane a queo parla=

  re piu forte raddoppiaua il pianto: perche la madre luʃin=

  gandola diʃʃe: Dunque figliuola mia non ʃarai conten-

  ta ? alla quale ella riʃpoʃe. Mai no madre, che io non ne

  ʃaro contenta. A queo ʃoggiunʃe la madre: Che uorrei

  dunque ? dillo a me; che ad ogni coʃa per te diʃpoa ʃono.

  ofʃʃe allhor la giouane. Morir uorrei, et non altro. In queo

  dire madonna Giouanna (che coʃi era la madre nomata) la=

  qual ʃauia donna era; compreʃe la figliuola d’amore eʃʃere

  acceʃa: et riʃpoole non ʃo che dallei ʃi ʃeparò. Et la ʃera ue

  nuto il marito, gli narrò cioche la figliuola piangendo riʃpoo

  l’haueua: il che molto gli ʃpiacque: et penʃò che foʃʃe ben

  fatto, prima che piu innanzi le nozze di lei ʃi trattaʃʃero; ac=

  cioche in qualche uergogna non ʃi cadeʃʃe; d’intender d’in=

  torno a queo qual foʃʃe la openione ʃua: et fattalaʃi un

  giorno uenire innanzi le diʃʃe: Giulietta (che coʃi era della

  giouane il nome) io ʃon per nobilmente maritarti: non ne ʃa=

  rai contenta figliuola? alquale la giouane alquanto dopo il

  dir di lui taciutaʃi riʃpoʃe: Padre mio no, che io non ne ʃa=

  ro contenta. Come, uuoi dunque monaca farti? diʃʃe il pa=

  dre . et ella Meʃʃer non ʃo ; et con le parole le lagrime ad

  un tempo mandò fuori: alla quale il padre diʃʃe: Queo ʃo

  io che non uuoi: donati dunque pace: che io intendo d’ha=

  uerti in un de conti da Lodrone maritata. Alqual la gioua=

  ne forte piangendo riʃpoʃe :  Queo non fie mai . Allhora

  meʃʃer Antonio molto turbato ʃopra la perʃona aʃʃai la mi=

  nacciò; ʃe al ʃuo uolere ardiʃʃe mai piu di contradire; et ol

  tra queo ʃe la cagion del ʃuo pianto non faceua manifea:

  et  non  potendo dallei altro  che  lagrime  ritrarre ;  oltra

  modo ʃcontento  con  madonna  Giouanna  la laʃciò ; ne

  doue   la figliuola l’animo haueʃʃe  ,  accorger ʃi pote.

  Haueua la giouane al ʃeruo, che col ʃuo padre aua; il

  quale del ʃuo amore conʃapeuole era, et che Pietro haueua

  nome; cioche la madre le diʃʃe, tutto ridetto; et in pre=

  ʃenza di lui giurato, che ella anzi il ueleno uoluntaria=

  mente berrebbe; che prender mai, anchor che ella poteʃʃe,

  altri , che Romeo per marito . del che Pietro particolar=

  mente ʃecondo l’ordine per uia del  frate  n’hauea  Ro=

  meo auiʃato; et egli alla Giulietta ʃcritto; che per coʃa

  alcuna al ʃuo maritare non conʃentiʃʃe , et meno il loro

  amore faceʃʃe aperto: che ʃenza alcun dubbio fra otto, o

  dieci giorni egli prenderebbe modo di leuarla di caʃa il

  padre. Ma non potendo meßer Antonio et madonna Gio

  uanna inʃieme ne per luʃinghe ne per minaccie dalla fi=

  gliuola la cagion perche non ʃi uoleʃʃe maritare intende=

  re; ne per altro ʃentiero trouando di cui ella innamora=

  ta foʃʃe; et hauendole piu fiate madonna Giouanna det=

  to :  Vedi figliuola non piagnere horamai piu ; che ma=

  rito a tua poa ti ʃi dara ;  ʃe quaʃi  uno  de  Montec=

  chi uoleʃsi: il che  ʃon certa che non uorrai . et la Giu

  lietta mai altro , che ʃoʃpiri ; et lagrime, non le reʃpon

  dendo in maggior ʃoʃpetto entrati deliberarono di con=

  chiuder piu too che ʃi poteʃʃe le nozze ; che trallei et

  il Conte da Lodrone trattate haueuano. Il che intenden

  do la giouane doloroʃiʃsima ʃopra modo ne diuenne . ne

  ʃapendo che ʃi fare la morte mille uolte al giorno diʃide

  raua: pur di fare intendere il ʃuo dolore a frate Loren=

  zo fra ʃe eʃʃa deliberò; come a perʃona, nellaquale do=

  po Romeo piu, che in altra ʃperaua; et che dal ʃuo aman

  te haueua udito, che molte gran coʃe ʃapeua fare. onde

  a madonna Giouanna un giorno diʃʃe: Madre mia io non

  uoglio  , che uoi marauiglia prendiate , ʃe io cagion  del

  mio  pianto non ui dico : percioche  io eßa non lal ʃo,

  ma ʃolamente di continuo in me ʃento una ʃi fatta ma=

  ninconia: che non che l’altre coʃe, ma la propria uita no=

  ioʃa  mi rende ; ne onde ciò m’auenga ,  ʃo fra me pen=

  ʃare , non che a uoi , o al padre mio dire il poʃʃa : ʃe da

  qualche peccato commeʃʃo, che io non mi ricordaʃʃe, ciò

  non m’aueniʃʃe .  Et perche la paʃʃata  confeʃsione molto

  mi giouò; io uorrei piacendo a uoi racconfeʃʃarmi: accio

  che quea Paʃqua di Maggio , che è uicina, poteʃsi in  ri

  medio  de miei dolori riceuer  la ʃoaue medicina del ʃa=

  crato corpo del noro Signore. A cui madonna Giouan=

  na diʃʃe , che era contenta . Et iui a due giorni menata=

  la a ʃan Franceʃco dinanzi a frate Lorenzo la poʃe: il

  quale prima molto pregato haueua, che la cagione del

  ʃuo pianto nella confeʃsione cercaʃʃe d’intendere. La gio

  uane come la madre da ʃe allargata uide; coʃi di ʃubito

  con mea uoce al frate tutto il ʃuo affanno raccontò: et

  per  lo  amore et cariʃsima amià , che trallui et Romeo

  ella ʃapeua che era, il pregò, che a queo ʃuo maggior

  biʃogno aita porgere le uoleʃʃe. Alla quale il frate diʃʃe:

  Che poʃʃo io farti figliuola mia in queo caʃo tanta ni=

  mià tralla tua caʃa et quella del tuo marito eʃʃendo?

  ofʃʃe allui la mea giouane: Padre io ʃo che ʃapete aʃʃai

  coʃe fare ; et a mille guiʃe mi potete aiutare , ʃe ui pia=

  ce: ma ʃe altro bene fare non mi uolete; concedetemi al=

  men queo: Io ʃento preparare le mie nozze ad un palagio

  di mio padre : il quale fuori  di quea terra da due  miglia

  uerʃo Mantoua è; oue menar mi debbono, accioche io men

  baldanza di rifiutare il nuouo  marito  habbia : et la, doue

  non prima ʃaro ; che colui, che ʃpoʃare mi dee , ui giunge=

  ra : datemi tanto ueneno, che inʃieme poʃʃa me de tal do=

  glia et Romeo da tanta uergogna liberare: ʃe non con mag

  gior mio incarico  et ʃuo dolore un coltello in me eʃʃa ʃan

  guinero . Frate Lorenzo udendo l’animo di coei tale eʃʃe=

  re , et penʃando quanto egli nelle mani  di Romeo  anchor

  foʃʃe ; ilquale   ʃenza  dubbio nimico  gli diuerrebbe , ʃe  a

  queo caʃo non prouedeʃʃe ; alla giouane  coʃi diʃʃe : Ve=

  di Giulietta , io confeʃʃo , come tu ʃai , la metà  di quea

  terra; et in buon nome ʃono appo ciaʃcuno; ne teamento

  o pace niuna ʃi fa, ch’io non u’interuenga; per laqualcoʃa

  non uorrei in qualche ʃcandalo incorrere , o  che s’inten=

  deʃʃe  che  io foʃsi interuenuto in quea coʃa giamai, per

  tutto l’oro del mondo: pur perche io amo te et Romeo in=

  ʃieme ; mi diʃporrò a  far  coʃa , che mai  per alcuno altro

  non feci ; ʃi ueramente ,che  tu  mi prometterai di tener=

  mene   ʃempre  celato .  Alqual  la  giouane  riʃpoʃe : Pa=

  dre datemi pur ʃecuramente queo ueneno: che mai al=

  cuno  altro  che  io  nol  ʃapera  .  Et  egli allei  :  Veneno

  non ti daro io figliuola: che troppo gran peccato ʃareb=

  be , che tu  coʃi  giouanetta et bella ti moriʃsi. ma quan=

  do  ti   dia il  cuore  di  fare  una  coʃa, che io ti   diro ; io

  mi  uanto  di guidarti  ʃicuramente  dinanzi al tuo Ro==

  meo. Tu  ʃai che l’Arca de tuoi Cappelletti fuori di  que=

  a chieʃa nel noro cimitero è poa. io ti daro una pol=

  uere; laqual tu beendola per quarantaotto hore; ouer po=

  co  piu  o  poco meno , ti  fara  in guiʃa dormire ; che ogni

  huomo per gran medico, che egli ʃia non ti giudicara mai

  altro  che  morta . tu  ʃerai  ʃenza alcun dubbio , come ʃe

  foʃsi di quea uita paʃʃata , nella detta Arca ʃepellita: et

  io quando tempo fie, ti uerro a trarne fuori; et terrotti nel=

  la mia cella, fin che al capitolo, che noi facciamo in Man=

  toua, io  uada ;che fie too: oue traueita nel  noro ha=

  bito al tuo marito ti menero . Ma  dimmi non temerai tu ;

  del  corpo  di  Thebaldo tuo cugino ; che poco ha, che iui

  entro fue ʃepellito?  La giouane  gia tutta lieta diʃʃe: Pa=

  dre  ʃe  io  per  tal uia  peruenir  doueʃsi a Romeo; ʃenza

  tema ardirei di paʃʃar per lo Inferno. Horʃu dunque diʃʃe

  egli , poi  che coʃʃei diʃpoa, io  ʃon contento di aitarti.

  ma prima che coʃa alcuna ʃi faceʃʃe, mi parria, che di tua

  mano a Romeo la coʃa tutta interamente ʃcriueʃsi: accioche

  egli morta credendoti in qualche rano caʃo per diʃperatio=

  ne non incorreʃʃe : perche io  ʃo , che egli ʃopra modo t’ama .

  io ho   ʃempre frati , che uanno a Mantoua; oue  egli , come

  ʃai , ʃi ritroua . fa che io habbia la lettra; che per fidato meʃ

  ʃo  allui la  mandero . Et detto  queo il buon frate  ; ʃenza

  il mezzo de quali niuna gran coʃa a perfetto fine conducer=

  ʃi  ueggiamo ; la giouane  nel  confeʃʃoro laʃciata  alla  ʃua

  cella  ricorʃe :  et  ʃubito  allei  con  un picciol  uaʃetto  di

  poluere ritornò , et  diʃʃe : Te  quea polue: et quando ti

  parra , nelle tre o nelle quattro hore di notte, inʃieme con

  acqua cruda ʃenza tema la berai: che dintorno ʃei comin=

  ciera operare ; et  ʃenza fallo il  noro diʃegno ci riuʃcira.

  ma non ti dimenticar percio di mandarmi la lettera, che

  a  Romeo  dei ʃcriuere: che importa aʃʃai .  La Giulietta

  preʃa la poluere alla madre tutta lieta ritornò, & diʃʃele:

  Veramente madonna, frate Lorenzo è il miglior confeʃʃo=

  re  del mondo. egli m’ha ʃi racconfortata; che la paʃʃata

  triitia piu non mi ricordo . Madonna Giouanna per la

  allegrezza  della figliuola  men tria  diuenuta riʃpoʃe:

  In buona hora figliuola mia, farai, che anchor tu raccon

  ʃoli lui alle uolte con la nora elimoʃina: che poueri fra=

  ti  ʃono : et  coʃi parlando  ʃe ne  uennero  a caʃa loro.

  Gia era dopo quea confeʃʃione fatta tutta allegra la Giu

  lietta  in modo , che meʃʃere Antonio et madonna Giouan

  na ogni ʃoʃpetto, che  ella foʃʃe innamorata, haueuan  la=

  ʃciato: et credeuano, che  ella per irano et manincono=

  ʃo accidente haueʃʃe i preteriti pianti fatti: et uolentieri

  l’harebbono laʃciata are coʃi per allhora ʃenza piu di=

  re di darle marito. Ma tanto a dentro in queo fatto era=

  no  andati ; che piu tornare a  dietro  ʃenza incarico non

  ʃi  poteua . onde uolendo il Conte da Lodrone, che alcun

  ʃuo  la  donna uedeʃʃe ; eʃʃendo  madonna Giouanna al=

  quanto cagioneuole della perʃona, fu ordinato, che la gio

  uane  accompagnata  da  due  zie di  lei a quel luogo del

  padre , che  hauemo nominato, poco fuori della città an=

  dar  doueʃʃe: a che  ella niuna reʃientia fece, et andoui.

  Oue  credendo la  Giulietta che il padre coʃi all’improui=

  ʃo l’haueʃʃe fatta andare, per darla di ʃubito  in mano al

  ʃecondo ʃpoʃo; et hauendo  ʃeco portata la poluere, che il

  frate le diede, la notte uicino alle quattro hore; chiamata

  una ʃua fante; che ʃeco alleuata s’era, et che quaʃi come ʃo:

  rella teneua, fattoʃi dare una coppa d’acqua fredda, dicen=

  do che per gli cibi della ʃera auanti ʃete ʃoeneua; et poo=

  le dentro la uirtuoʃiʃʃima poluere , tutta la ʃi bebbe . Et da=

  poi in preʃenza della fante et d’una ʃua zia che u’era, diʃʃe:

  Mio padre per certo contra mio uolere non mi dara marito,

  s’io potro. Le donne, che di groʃʃa paa erano, anchor che

  ueduto l’haueʃʃero bere lapolue, laqual per rifreʃcarʃi  ella

  diceua porre nell’acqua; et haueʃʃero udite quee parole;

  non percio le inteʃero, o ʃoʃpicarono d’alcuna coʃa; et tor=

  naronʃi a dormire. La Giulietta ʃpento il lume, et partita

  la fante, fingendo di leuarʃi per alcuna opportunita natura=

  le , del letto ʃi leuò; et tutta de ʃuoi panni ʃi riueì; et tor=

  nata nel letto come s’haueʃʃe creduto morire, coʃi compoʃe

  ʃopra quello il corpo  ʃuo meglio che ella ʃeppe: et le mani

  ʃopra il petto poe in croce aʃpettaua che’l beueraggio ope=

  raʃʃe: il qual poco oltre due hore ette a renderla come mor

  ta .  Venuta la mattina , et il Sole gran pezza  ʃalito eʃʃen=

  do, fu la giouane nella  guiʃa , che detto u’ho , ʃopra il ʃuo

  letto ritrouata; et eʃʃendo uoluta ʃuegliare, ma non ʃi poten=

  do, et gïa quaʃi tutta fredda trouandola, ricordandoʃi la zia

  et la fante dell’acqua et della poluere, che la notte beuuta

  haueua, et delle parole dallei dette, et piu uedendola eʃ

  ʃerʃi ueita, et da ʃe eʃʃa ʃopra il letto a quel modo rac=

  concia; la poluere ueneno, et lei morta ʃenza alcun dub=

  bio giudicarono. Il rumor tralle donne ʃi leuò grandisʃimo,

  et il pianto , maʃsimamente per la ʃua fante : laqual ʃpeʃʃo

  per nome  chiamandola diceua: O madonna queo è quel,

  che diceuate, mio padre contra mia uoglia non mi maritera.

  Voi mi domandae  con inganno la fredda  acqua ; laquale

  la uora dura morte a me apparecchiaua.  O miʃera me di

  cui prima mi  dorrò ? della morte , o di me eʃʃa  ?  Io ʃola

  et uoi et me , il uoro padre et la uora madre ad un tratto

  hauero morto. Deh perche ʃprezzae morendo la compagnia

  d’una uora ʃerua; laqual uiuendo coʃi cara morae d’ha

  uere? che coʃi, come io ʃempre con uoi uolentieri uiuuta ʃono,

  coʃi ancho con uoi uolentieri morta ʃarei: et coʃi dicendo ʃa=

  lita ʃopra il letto la come morta giouane retta abbracciaua.

  Meʃʃer Antonio , ilquale non lontano  era , il rumore  udito

  tutto tremante nella camera della figliuola corʃe: et uedu=

  tala ʃopra il letto are, et inteʃo cioche beuuto et detto ha=

  ueua; quantunque morta la imaße; pure a ʃua ʃodisfattio=

  ne preamente per un ʃuo medico, che molto nella ʃua caʃa

  uʃaua, a Verona mandò: ilqual uenuto , et ueduta , et al=

  quanto tocca la giouane, diße lei eʃʃere gia piu hore per lo

  beuuto ueneno di quea uita paßata. ilche udendo il trio

  padre in dirottiʃʃimo pianto entrò. La mea nouella alla in

  felice madre in poco ʃpatio peruenne : laqual da  ogni  uital

  calore abbandonata come morta cadde: et riʃentitaʃi con un

  feminile  grido , quaʃi  fuori del ʃenno diuenuta , tutta per=

  cotendoʃi, chiamando per nome la amata figliuola empiea

  di lamenti il Cielo ; dicendo : io  ti ueggo  morta o mia  fi=

  gliuola ʃola requie della mia uecchiezza. et come m’hai o

  crudele potuto laʃciare, ʃenza dar modo alla tua/ miʃera

  madre di udire le ultime tue parole? almen foʃʃe io ata a

  ʃerrare i tuoi begli occhi. O cariʃʃime donne, che a me pre=

  ʃenti ʃete; aitatemi morire; et ʃe in uoi alcuna pieta uiue, le

  uore  mani prima che il mio dolore , mi ʃpengano . Et tu

  grande Iddio del Cielo ; poi che ʃi too come uorrei ; non

  poʃʃo morire; con la tua ʃaetta togli me a me eʃʃa odioʃa.

  Coʃi eʃʃendo da alcuna  donna  ʃolleuata , et  ʃopra  il ʃuo

  letto poa, et da altre con aßai parole confortata, non re=

  aua di piagnere amaramente, et di dolerʃi. Appreßo tol=

  ta la giouane del luogo, oue ella era, et a Verona portata,

  con eßequie grandi et horreuoliʃsime da tutti e ʃuoi paren=

  ti et amici pianta, nella detta Arca nel cimiterio di ʃan Fran

  ceʃco per morta  fu ʃepellita. Hauea frate Lorenzo; ilqua=

  le per alcuna biʃogna del moniero poco fuori della citta

  era andato ; la lettera, che la Giulietta ʃcriʃʃe , et che egli

  a Romeo mandar doueua, data ad un frate, che a Manto=

  ua andaua : ilquale giunto nella citta ; et eʃʃendo due o

  tre uolte ala caʃa di Romeo ato, ne per ʃua gran ʃciagu=

  ra trouatolo mai in caʃa, et non uolendo la lettera ad al=

  tri  che  allui  proprio  dare  ,  anchora  in mano l’hauea;

  quando Pietro credendo morta la Giulietta, quaʃi diʃpe=

  rato , non trouando fra Lorenzo in Verona , deliberò di

  portare  egli eʃʃo a Romeo  coʃi mala nouella ; quan=

  to la morte della ʃua donna penʃaua che eʃʃere gli do=

  ueʃʃe  . Perche tornato  la ʃera fuori  della citta al luo=

  go del ʃuo patrone, la notte ʃeguente ʃi uer Mantoua ca=

  minò  , che la mattina per  tempo ui  giunʃe  : Et troua =

  to  Romeo;  che  anchora  dal frate la lettera della don=

  na riceuuta  non haueua; piagnendo gli raccontò, come

  la Giulietta morta haueua ueduta ʃepellire; et cioche per lo

  adietro ella haueua et fatto et detto, tutto gli raccontò. Il=

  quale queo udendo pallido, et come morto diuenuto tira=

  ta fuori la ʃpada ʃi uolle ferire per ucciderʃi. pur da Pietro

  ritenuto diʃʃe : La uita mia in ogni modo piu molto lunga

  eʃʃer  non puote ; poʃcia che la propria vita è morta  . O

  Giulietta mia io ʃolo ʃono ato della tua morte cagione:

  percioche , come io ti ʃcriʃʃi, a leuarti dal Padre tuo non

  uenni. tu per non abbandonarmi morir uolei: et io per te=

  ma della morte uiuero  ʃolo ? queo non fie mai. Et a Pie=

  tro riuolto, donatogli un bruno ueimento, che egli in doßo

  hauea diʃʃe : Vanne Pietro mio . Indi partitoʃi Romeo , et

  ʃolo ʃerratoʃi, ogni altra coʃa men tria  che  la  uita pa=

  rendogli , quel , che  di  ʃe eʃʃo  far  doueße, molto pen=

  ʃò : et  alla fine come contadino ueitoʃi, et una guaa=

  detta d’acqua di ʃerpe  ,  che di buon  tempo in una  ʃua

  caʃʃa per qualche  ʃuo biʃogno  ʃerbata hauea , tolta , et

  nella manica meʃʃalaʃi, a uenir uerʃo  Verona ʃi miʃe, fra

  ʃe penʃando et deʃiderando, ouer per mano della giuitia,

  ʃe trouato foʃʃe, rimaner della uita priuato (ʃolo che la morte

  piu horreuole foʃʃe ata) ouer nell’Arca, laqual molto ben

  ʃapeua doue era, con la ʃua donna rinchiuderʃi, et iui mo=

  rire. A queo ultimo penʃiero ʃi gli fu la fortuna fauoreuo=

  le; che la ʃera del  dì ʃeguente, che la donna era ata  ʃe=

  pellita, in Verona ʃenza eʃʃer da perʃona conoʃciuto entrò;

  et aʃpettata la notte, et gia ʃentendo ogni parte di ʃilentio

  piena , al luogo de frati minori, oue l’Arca era, peruenne.

  Non haueuano anchora quei frati conuentuali il luogo di

  ʃan Fermo in Verona: ne gli altri oʃʃeruanti da eʃʃi diui=

  dendoʃi haueuan quello di ʃan Bernardin fondato: ma in

  una Chieʃetta del nome di ʃan Franceʃco intitolata; nella

  quale egli gia ette, et nella Cittadella anchor ʃi uede; la

  ʃua uera regola a nori tempi dal loro licentioʃo uiuere gua

  a perfettamente oʃʃeruando inʃieme dimorauano: preʃʃo le

  mura dellaquale dal canto di fuori erano allhora appoggia=

  ti  certi Auelli  di pietra; come  in molti  luoghi fuori  delle

  chieʃe ueggiamo: uno de quali antica ʃepoltura  di tutti  e

  Cappelletti  era; et nelquale  la bella giouane ʃaua. A

  queo accoatoʃi Romeo (che d’intorno le quattro hore eʃʃer

  poteua) et come huomo di  gran nerbo che egli era, per for=

  za il  coperchio leuatogli, et con  certi legni a ciò diʃpoi ,

  che ʃeco portati haueua, in modo puntellato hauendolo, che

  contra ʃua uoglia chiuder non  ʃi poteua; dentro u’entrò , et

  lo richiuʃe .  Hauea  ʃeco  il ʃuenturato giouane recato  una

  lume  orba, per poter  la  ʃua  donna alquanto uedere: la=

  qual leuati i puntelli , et rinchiuʃoʃi nell’Arca, di ʃubito ti=

  ro fuori , et aperʃe: Et iui la ʃua bella Giulietta ʃopra oʃʃa

  et racci di  molti morti, come morta, uide giacere. Onde

  immantenente  forte piagnendo coʃi cominciò a dire: O oc=

  chi; che  a  gli  occhi mie foe, mentre  al Cielo  piacque ,

  chiare luci: O bocca da me mille uolte ʃi dolcemente baʃcia=

  ta, et dallaquale coʃʃaggie parole ʃi udiuano : O bel pet=

  to, che’l mio cuore in tanta letitia albergai: oue io hora

  ciechi, muti, et freddi ui ritrouo? come ʃanza di uoi ueggo,

  parlo, o uiuo? O miʃera mia donna oue  ʃei d’Amore  con=

  dotta?ilquale uuole che poco ʃpatio due trii amanti et ʃpen

  ga et alberghi . Oime queo non mi promiʃe la ʃperanza et

  quel deʃio, che del tuo amore primieramente m’acceʃero.

  O ʃuenturata mia uita a che ti reggi? et coʃi dicendo gli

  occhi, la bocca, et il petto le baʃciaua ogni hora in maggior

  pianto abbondando; nel  qual diceua: O  ʃaʃʃo, che  ʃopra

  mi ʃei, perche addoßo cadendomi non fai uie piu brieue la

  mia uita? ma percioche la morte in liberta d’ogniuno eßer

  ʃi uede; uiliʃʃima coʃa per certo è diʃiderarla, et non prender=

  laʃi : et coʃi l’ampolla, che con l’acqua  uenenoʃa nella ma=

  nica haueua, tirata fuori parlando ʃeguì: Io non ʃo qual de

  ino ʃopra i miei nimici et da me morti nel lor ʃepolchro a

  morire mi condanni . ma poʃcia che o mia anima preʃʃo alla

  donna nora coʃi gioua il morire hora, moriamo: Et in  quel=

  la poaʃi a bocca la cruda acqua nel ʃuo petto tutta la riceuet=

  te. Dapoi  preʃa l’amata giouane nelle braccia forte ringen=

  dola , diceua: O bel corpo ultimo  termine d’ogni mio  diʃio

  ʃe alcun ʃentimento dopo il partir dell’anima t’è reato; o

  ʃe ella il mio crudo morir uede; priego, che non le diʃpiac=

  cia, che non hauendo io teco poturo lieto et paleʃe uiuere,

  almen ʃecreto et meo teco mi moia; et molto retta tenen=

  dola la morte aʃpettaua . Gia era  giunto l’hora; che il ca=

  lor della giouane la fredda, et potente uirtu della poluere

  doueʃʃe hauere einta; et ella ʃuegliarʃi. perche retta et

  dimenata da Romeo nelle ʃue braccia ʃi deò; et riʃentita=

  ʃi  dopo un gran ʃoʃpiro diße  :  Oime oue  ʃon  io? chi  mi

  ringe? miʃera me chimi baʃcia? et credendo che quei

  frate Lorenzo foʃʃe, gridò: A queo modo frate ʃerbate la

  fede a Romeo? a queo modo allui mi condurrete ʃicura?

  Romeo la donna uiua ʃentendo forte ʃi marauigliò; et forʃe

  di Pigmalion ricordandoʃi diʃʃe :  Non mi conoʃcete o dol=

  ce donna mia? non uedete che io il trio uoro ʃpoʃo ʃono,

  per morire appo uoi, da Mantoua qui ʃolo et ʃecreto uenu=

  to? La Giulietta nel monimento uedendoʃi, et in braccio ad

  uno; che diceua eʃʃere Romeo ʃentendoʃi, quaʃi fuori di ʃe

  eßa era: et da ʃe alquanto ʃoʃpintolo, et nel uiʃo guatato=

  lo, et ʃubito racconoʃciutolo, abbracciandolo mille baʃci gli

  donò; et poi  gli diʃʃe : Qual ʃciochezza  ui fece qua  entro

  et con tanto pericolo entrare? non ui baaua egli per le mie

  lettere hauere inteʃo, come io mi douea con lo aiuto di fra=

  te Lorenzo fingere morta; et che di brieue ʃarei ata con uoi?

  Allhora il trio giouane accorto del ʃuo gran fallo incomin=

  ciò: O miʃera la mia ʃorte, o sfortunato Romeo, o uie piu

  di tutti altri amanti doloriʃsimo; io  diciò  uore  lettere

  non hebbi giamai: et quiui le raccontò, come Pietro la ʃua

  non uera morte per uera gli diße: onde credendola morta

  haueua per farle morendo compagnia iui preßo lei tolto il

  ueneno; ilqual come acutiʃʃimo ʃentiua, che per tutte le mem=

  bra la morte gli cominciaua mandare. La ʃuenturata fan=

  ciulla queo udendo ʃi dal dolore uinta reò; che altro, che

  le belle ʃue chiome et l’innocente petto batterʃi et racciar=

  ʃi fare non ʃapeua: et a Romeo, che gia riʃupino caduto era,

  baʃciandolo ʃpeʃʃo un mare delle ʃue lagrime ʃpargere ʃopra:

  et eʃʃendo piu pallida, che la cenere diuenuta tutta treman=

  te diʃʃe: Dunque nella mia preʃenza et per mia cagion do=

  uete Signor mio  morire ? Et il Cielo  patira, che dopo uoi

  (ben che poco)  io uiua ?  Miʃera me almeno a uoi la mia

  uita poteʃsi io donare, et ʃola morire: alloquale il gioua=

  ne  con uoce languida riʃpoʃe: Se la mia fede e’l mio amo=

  re mai caro  ui  fu; per quello  ui priego, che dopo me non

  ui ʃpiaccia la uita ʃe non per altra cagione; almen per po=

  ter penʃare  di  colui; che del uoro  amore preʃo per  uoi

  dinanzi a uoi  ʃi more. A queo riʃpoʃe la donna : Se  uoi

  per la mia finta morte morite; che debbo io per la uora

  non finta fare ?  dogliomi ʃolo, che io qui hora  dinanzi a

  uoi non habbia di morire il modo; et a me eßa, percioche

  io uiuo , odio porto. ma io ʃpero bene che in poco  ʃpatio ,

  ʃi come ata ʃon cagione, coʃi ʃaro della uora morte com=

  pagna: et con fatica quee parole finite tramortita ʃi cadde.

  Et appreʃʃo riʃentitaʃi andaua miʃeramente con la bella boc

  ca  gli eremi  ʃpiriti  del  ʃuo caro  amante  raccogliendo;

  ilqual uerʃo il ʃuo fine a  gran  paʃʃo  caminaua. In  queo

  tempo hauea frate Lorenzo inteʃo, come et quando la gioua=

  ne la poluere beuuta haueʃʃe; et che per morta era ata ʃe=

  pellita: et ʃapendo il termine eʃʃer giunto , nel quale la det=

  ta poluere la ʃua uirtu finiua; preʃo uno ʃuo fidato compa=

  gno forʃe una hora innanzi al giorno all’Arca per trarne la

  donna ʃe ne uenne: allaqual giungendo, et ella piagnere

  et dolerʃi udendo, per la feʃʃura del coperchio mirando, et

  un lume dentro uedendoui, merauigliatoʃi forte, penʃò che

  la giouane a qualche guiʃa la lucerna con eʃʃo lei iui dentro

  portata haueʃʃe; et che ʃuegliataʃi per tema d’alcun morto,

  o forʃe di non rear ʃempre in quel loco rinchiuʃa, ʃi ra=

  maricaʃʃe, et piagneʃʃe in tal modo. Et con l’aita del com=

  pagno preamente aperta la ʃepoltura uide la Giulietta; la

  qual tutta ʃcapigliata. et dolente s’era in ʃedere leuata, et il

  quaʃi morto amante nel ʃuo grembo recato s’hauea: allaquale

  egli diʃʃe: Dunque temeui tu figliola mia, ch’io qui dentro

  ti laʃciaʃsi morire? et ella il frate udendo, et il pianto rad

  doppiando riʃpoʃe: Anzi temo io, che uoi con la mia uita me ne

  cauiate. Deh per la pieta di Dio riʃerrate il ʃepolchro, et an=

  dateuene in guiʃa, che io qui mi muoia: ouer porgetemi un

  coltello; che io nel mio petto ferendo di doglia mi tragga.

  O Padre mio, o padre mio ben mandae la lettera. ben ʃa=

  ro io maritata. ben mi guidarete a Romeo. uedetelo qui

  nel mio grembo gia morto: et raccontandogli tutto il fatto

  gliele morò. frate Lorenzo quee coʃe udendo come inʃen

  ʃato ʃi aua; et mirando  il giouane; ilqual  per  paʃʃar di

  quea all’altra uita era, forte piagnendo lo chiamò, dicen=

  do : O Romeo qual ʃciagura mi ti toglie? parlami  alquan=

  to : drizza a me un poco gli occhi tuoi . O Romeo uedi la

  tua cariʃsima Giulietta; che ti prega che la miri. perche non

  riʃpondi almeno allei; nel cui bel  grembo ti giaci? Romeo

  al caro nome della ʃua donna alzò alquanto i languidi occhi

  dalla uicina morte grauati; et uedutala gli richiuʃe; et po=

  co dapoi tutto torcendoʃi  fatto un brieue  ʃoʃpiro ʃi morì.

  Morto nella guiʃa, che diuiʃato u’ho il miʃero amante, do=

  po molto pianto gia uicinandoʃi il giorno, diʃʃe il frate al=

  la giouane .  Et tu Giulietta  che farai? laqual toamente

  riʃpoʃe ; morrommi qui entro . Come  figliuola , diʃʃe egli ,

  non dire  coʃi : eʃci pur fuori. che come che io  non ʃappia

  che di te farmi; pur non ti manchera il richiuderti in qual=

  che ʃanto moniero; et iui pregar ʃempre Dio per te et per

  lo morto  tuo ʃpoʃo , ʃe biʃogno ne  ha . alqual diʃʃe la don

  na: Padre altro non ui dimando io , che quea gratia; la

  qual per lo amor, che uoi alla felice memoria di coui por=

  tae (et morogli Romeo) mi farete uolentieri: et queo fie

  di non far mai paleʃe la nora morte: accioche i nori  cor=

  pi poʃʃano inʃieme ʃempre in queo ʃepolchro are. et ʃe per

  caʃo il morir noro ʃi riʃapeʃʃe; per lo gia detto amore ui ri=

  priego, che i nori miʃeri padri in nome di ambo noi uoglia=

  te pregare; che quelli; i quali amore in uno ieʃʃo fuoco ar=

  ʃe, et ad una ieʃʃa morte  conduʃʃe ; non ʃia  lor graue  in

  uno ieʃʃo ʃepolchro laʃciare. Et uoltataʃi al giacente cor=

  po di  Romeo; il cui capo ʃopra uno origliere, che con  lei

  nell’Arca era ato laʃciato, poo haueua; gli occhi meglio

  rinchiuʃi hauendogli, et di lagrime il freddo uolto bagnan=

  dogli diʃʃe : Che debbo io ʃenza te in uita piu  fare Signor

  mio? et che altro mi rea uerʃo te, ʃe non con la mia mor=

  te  ʃeguirti ? niente altro certo: accioche date , dalquale la

  morte ʃolo mi poteua ʃeparare, la ieʃʃa morte ʃeparare non

  mi poʃʃa. Et detto queo la ʃua gran ʃciagura nell’animo re

  cataʃi, et la perdita del caro amante ricordandoʃi, delibe=

  rando  di piu non uiuere ; raccolto a  ʃe lo ʃpirito , et per

  buono ʃpatio tenutolo, ʃopra il morto corpo morta ricadde.

  Frate Lorenzo dapoi che la giouane morta conobbe, per mol

  ta pieta tutto ordito non ʃapeua egli eʃʃo che farʃi; et in=

  ʃieme col compagno dal dolore uinto anchor ʃopra i morti

  amanti piagnea: quando furono d’alcuni uicini , che per tem

  po leuati s’erano, ʃopra quea Arca ueduti col lume, et co=

  noʃciuti: onde alcun di loro immantenente queo fatto a Cap

  pelletti rapportò : i quali  furon  preamente  dinanzi al  Si=

  gnore pregando, che egli per forza di tormento (ʃe altrimen=

  ti non ʃi poteua) uoleʃʃe dal frate ʃapere quello , che nella lo

  ro ʃepoltura a quella hora cercaua , tanto piu, che eʃsi il ʃa=

  peuano  de  loro inimici  amico . Il Signor  poe le guardie ,

  chel frate partir non ʃi  poteße, mando  per lui: alquale ue=

  nutogli innanzi diʃʃe: Che cercauate domine a mane nella

  ʃepoltura  de Cappelletti ? diteloci : che  noi  in  ogni  guiʃa

  lo uogliam ʃapere . Ma mentre chel  frate  con alcune  ʃue

  fauole cercaua di  ʃcuʃarʃi col Signore, et di naʃcondergli la

  uerita; gli altri del conuento, che la nouella inteʃa haueua=

  no, uollero la ʃepoltura aprire, et mirarui dentro, per ue=

  der di ʃaper quel , che i due frati la paʃʃata  notte  ʃopra ui

  faceuano. Et apertala, et il corpo del morto amante dentro

  trouatoui, di ʃubito con rumore grandiʃsimo al Signor, che

  anchora col frate parlaua fu detto, come nella ʃepoltura de

  Cappelletti , ʃopra laqual la notte il  frate era  stato  colto,

  giaceua morto Romeo  Montecchi . Queo parue a ciaʃcu=

  no  quaʃi  impoʃsibile, et ʃomma  marauiglia a tutti appor=

  tò : ilche udendo frate Lorenzo, et conoʃcendo  non  potere

  piu naʃcondere quel , che diʃideraua  di  celare; ginocchione

  dinanzi al Signor pooʃi diʃʃe : Perdonatemi Signor mio;  ʃe

  a uoi la bugia di quel, che mi richiedee io diʃsi. che ciò non

  feci per malitia, ne per guadagno alcuno : ma per  ʃeruare  la

  promeʃʃa fede a due miʃeri et morti amanti da me data: et coʃi

  tutta la paʃʃata hioria fu aretto preʃente molti a raccontarli.

  Bartholomeo dalla  Scala  queo udendo  da  gran pieta qua=

  ʃi  moʃʃo a piagnere uolle i morti corpi  egli eʃʃo uedere : et

  con grandiʃsima quantita di popolo al ʃepolchro ʃe ne uenne:

  et trattone i due amanti nella chieʃa di  ʃan  Franceʃco ʃopra

  due tapeti  gli fece porre . In queo  tempo i  padri loro nel=

  la detta  chieʃa  uennero ; et  ʃopra i lor morti figliuoli  pia=

  gnendo  da  doppia  pieta uinti , auenga che  nimici foßero,

  s’abbracciorono  in modo ; che la  lunga  nimià tra eʃsi et

  tralle lor caʃe ata; et  che ne  prieghi d’amici , ne minac=

  cie di Signore , ne  danni riceuuti , nel tempo  haueua mai

  potuta einguere; per la  miʃera  et pietoʃa morte di  que=

  i amanti   hebbe  fine .  Et  ordinato  un bel  monimento ;

  ʃopra il qual la cagion della lor morte  ʃcolpita  foʃʃe ; gli

  due amanti con  pompa grandiʃʃima et ʃolenne dal Signo=

  re , et da lor parenti , et da tutta la citta pianti, et accom=

  pagnati ʃepelliti furono.

 

                                          I L   F I N E.

 

                 S T A M P A T A   I N   V E N E T I A

                 Per Franceʃco Marcolini del meʃe di

                      Ottobre nell’Anno del Signore.

                                  M    D    XXXIX.